Nick Clegg, capo della comunicazione globale di Facebook

Facebook scopre la democrazia (ma solo in USA)

Le minacce di intervento di Trump e le perdite economiche hanno convinto Zuckerberg a farla finita con la censura

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Le regole del Facebook americano varranno anche in Italia? È quello che ci si chiede da quando, in vista delle prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti, da casa Zuckerberg hanno fatto sapere che non applicheranno alcuna forma di censura ai contenuti pubblicati dai politici.

Prima che si scatenasse un uragano di risate hanno però aggiunto che fanno eccezione quei post “che possono causare violenza e danni nel mondo reale”, oltre a quelli a pagamento e quelli identificati come falsi. Da chi? La piattaforma delega la verifica ai fact-checkers (che come sappiamo non sono esattamente oggettivi, né liberi).

Comunque, è una significativa inversione di rotta, rispetto alle dichiarazioni fatte pochi mesi fa, per esempio da Google, ma anche da Twitter, di voler ostacolare con ogni mezzo la campagna di Donald Trump.

Smentite, quindi, le aspettative dei democratici, memori del ruolo svolto dai social nella campagna elettorale del 2016. Del resto, Trump aveva già fatto sapere che non avrebbe accettato alcuna forma di limitazione della libertà di espressione, annunciando di aver fatto studiare proposte per assicurare tale libertà anche sulle piattaforme che, seppur private, svolgono un ruolo pubblico.

A Manlo Park hanno capito l’aria che tira (solo i media italiani continuano a sperare nell’impeachment e credono alla non rielezione di Trump). Così, prima che il Tycoon mettesse in moto un pericoloso meccanismo, hanno deciso di correre in qualche modo ai ripari, “scoprendo” che anche i post dei politici possono essere di “interesse pubblico”.

Una scoperta davvero sconvolgente, tipo quella dell’acqua calda, ma forse può essere la volta buona che abbiano davvero capito in cosa consiste la democrazia, basata sul pluralismo e non sul pensiero unico dominante.

Peraltro, il capo della comunicazione globale di Facebook è uno che dovrebbe intendersi della materia, dato che, dal 2010 al 2015, è stato vicepremier britannico. Stiamo parlando di Nick Clegg, un passato da politico liberal che ha spiegato la decisione del gruppo con queste parole: «Non crediamo sia per noi appropriato fare da arbitro al dibattito politico, non vogliamo impedire che il discorso di un politico raggiunga il suo elettorato».

Quindi nessuna censura sui contenuti pubblicati dai politici, a differenza di quanto accade in Italia dove, ricordiamolo, sono state chiuse decine di migliaia di pagine e di profili di movimenti, associazioni, politici, opinionisti o anche solo simpatizzanti dell’aria “non conforme”: dalla Lega verso destra…

Chissà se, grazie a questa svolta di Facebook, verranno anche evitate le crociate sulle fake news (alla Renzi-Boschi, per intenderci) con relative pseudo-interferenze della Russia nelle elezioni americane, nella Brexit, nelle politiche italiane e, ovviamente, nel referendum costituzionale perso da Renzi.
Un’idea, quella di incolpare le fake news russe per coprire le sconfitte, che ormai non incanta più nessuno. Un copione già visto perché, in passato, si accusavano le televisioni di Berlusconi di influenzare il voto, salvo poi scoprire, che erano i vecchi politici (e i media asserviti) a non avere più il polso della situazione del Paese, vivendo in una realtà inesistente, elitaria, oligarchica.

Tornando a Facebook, questa volta si è dovuta difendere da quei “democratici” che speravano che le censure aumentassero. «So che alcune persone – ha osservato Clegg – diranno che dovremmo andare oltre. E che abbiamo torto nel permettere ai politici di usare la nostra piattaforma per dire cose cattive o false. Ma immaginiamo il contrario: sarebbe accettabile che una società privata si autoproclami arbitro delle affermazioni dei politici? Non credo lo sarebbe». Incredibile. Sembra di leggere Orwell.live.

Come conseguenza anche YouTube ha preso una posizione simile. «Lasceremo online i video dei politici perché pensiamo sia importante vederli» ha spiegato il Ceo, Susan Wojcicki. Mentre Twitter, il social più utilizzato da Trump, ha recentemente deciso di non eliminare più i tweet “offensivi” dei politici ma di contrassegnarli con una nota che spiega perché infrangono le regole. Insomma, una specie di bollino rosso.

A questo punto cosa succederà in Italia? Anche qui Facebook adotterà il criterio americano oppure continuerà a colpire le idee e gli esponenti non di regime?

Finora da noi vige ancora il tribunale del popolo dei Guardiani del politicamente corretto che ha portato un vero e proprio esodo verso il social russo VK. Forse, quando Facebook scoprirà quanto sta perdendo dal punto di vista economico, allora anche qui riscoprirà la democrazia…

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