Come Wikileaks svelò l’inferno di Guantanamo

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La Convenzione di Ginevra è chiara: “I prigionieri di guerra devono essere trattati sempre con umanità. Ogni atto od omissione illecita da parte della Potenza detentrice che provochi la morte o metta gravemente in pericolo la salute di un prigioniero di guerra in suo potere è proibito e sarà considerato come un’infrazione grave alla presente Convenzione.
In particolare, nessun prigioniero di guerra potrà essere sottoposto ad una mutilazione corporale o a un esperimento medico o scientifico di qualsiasi natura, che non sia giustificato dalla cura medica del prigioniero interessato e che non sia nel suo interesse. I prigionieri di guerra devono parimenti essere protetti in ogni tempo specialmente contro gli atti di violenza e d’intimidazione, contro gli insulti e la pubblica curiosità. Le misure di rappresaglia sono proibite”.1

Era il gennaio 2002, quando George W. Bush, nel pieno della guerra in Afghanistan, decise di aprire, a Guantanamo, un campo di prigionia pensato per rinchiudere i terroristi più pericolosi, per la maggior parte catturati durante l’operazione “Enduring Freedom”, a seguito degli attacchi subiti l’11 settembre.

In pochi mesi, “una sonnecchiante e insignificante base navale” 2 fu trasformata dall’Amministrazione americana in una struttura detentiva di massima sicurezza.

Qui, grazie ad azioni americane sul campo (nella fase iniziale prevalentemente in Afghanistan, poi anche con il supporto di rapporti confidenziali dei servizi segreti), il neo carcere inizia a popolarsi di detenuti.
In tutto si tratta di una ventina di prigionieri, la metà dei quali afghani. Gli altri, sono di origine pachistana, saudita e yemenita.

A destare impressione è soprattutto l’abbigliamento dei reclusi che, di lì a pochi giorni, diventerà tristemente e mediaticamente iconico.
Le prime immagini furono scattate da un fotografo americano grazie alla collaborazione di Fidel Castro. Immortalavano alcuni uomini vestiti con tute arancioni, inginocchiati, incappucciati, con mani e piedi legati. Il capo è chino, rivolto verso il filo spinato che domina l’intera recinzione della struttura.3

In pochissimi giorni, le fotografie di questi uomini vestiti di arancione, pubblicate dalle principali testate americane, Washington Post in testa, scatenarono durissime reazioni nell’opinione pubblica.

«Avevano creato delle gabbie simili a cucce per cani, ma di più grandi dimensioni» ha scritto Scott Higham del “Post4.
«Erano costruite con lastre di latta circondate da filo spinato e con un buco al centro del terreno per andare al bagno».5
L’Amministrazione Bush, era convinta di poter tenere, in queste condizioni disumane e illimitatamente, ogni sospettato di terrorismo, giocando di sponda con il Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti che considerava Guantanamo Bay al di fuori della giurisdizione americana.
Di fatto, i prigionieri non venivano considerati “prigionieri di guerra” (con le relative tutele di questo “status”), ma semplicemente “combattenti illegali” (cioè, terroristi).

In pochi giorni gli arrivi si moltiplicano, e nel giro di un paio di settimane sono più di 80 gli “ospiti” del Camp X-Ray.

Le proteste, sollevate dalla comunità internazionale, ma soprattutto dalla Croce Rossa e da Amnesty International, portarono a una momentanea chiusura del campo nell’aprile del 2002 per poter procedere a un restyling del carcere.
D’altra parte, come amava ripetere l’allora segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, «Guantanamo non è certo un country club».
No, non lo era e non lo è tuttora.

Dopo la scomparsa del Camp X-Ray (sostituito dal Camp Delta), l’amministrazione americana prova a organizzare il nuovo centro di detenzione sulla falsariga di un normale carcere.
Il “Camp 4”, posizionato al centro della struttura, ospita i detenuti più tranquilli; al “Camp 6” sono rinchiusi i “cattivi”; al “Camp 5”, per dirla ancora una volta con Donald Rumsfeld, sono rinchiusi i «i più duri del nocciolo duro di Al Qaeda»; e infine, al “Camp 7” i presunti organizzatori degli attacchi dell’11 settembre.

Tutte le aree del Camp Delta sono controllate 24 ore al giorno anche con stratagemmi spia che saranno resi famosi da un noto reality show.

A scombinare i piani americani, volti ad anestetizzare la pressione mediatica cui era sottoposta Guantanamo, arriva nuovamente Julian Assange.
Nel 2007, infatti, Wikileaks, la piattaforma da lui creata, mette a disposizione degli utenti un manuale confidenziale intitolato “Camp Delta Standard Operating Procedures. 6
Le 238 pagine del documento segreto (corredato da illustrazioni e mappa della prigione) riportano, con il tipico tono del lessico militare, le regole di comportamento del carcere cui devono attenersi sia i prigionieri sia i carcerieri.

Del volume colpisce soprattutto la classificazione certosina dei detenuti, divisi tra “Unrestricted access” (prigioniero che può essere visitato senza restrizioni dalle organizzazioni umanitarie), “Restricted access” (recluso cui le organizzazioni umanitarie possono solo rivolgere domande inerenti lo stato di salute), “Visual access” (possono essere visitati da un medico, ma senza rivolgere loro la parola) e “No access” (prigionieri totalmente isolati). 7

La vita all’interno di Camp Delta è scandita dall’applicazione di severe procedure, norme che, però, comprendono anche “premi” per i detenuti più disciplinati. Per esempio, la possibilità di trascorrere del tempo in uno spazio che le guardie del campo chiamavano ironicamente la “baracca dell’amore”, ovvero, uno stanzone in cui i prigionieri potevano dilettarsi con film (anche a luci rosse), libri e riviste (pure per adulti). 8

Certamente più articolata, è la parte del regolamento riguardante i divieti imposti ai prigionieri e suddivisi in cinque diversi livelli di gravità. Sono proibiti i cibi di contrabbando, le comunicazioni prive di autorizzazione, fino al livello più alto che comprende gli sputi, il lancio di “fluidi corporei” se affetti da malattie infettive, l’assalto aggravato, la fuga, pestaggi e tentativi di stupro. 9

Ad alimentare però inquietanti domande sui maltrattamenti subiti dai detenuti, arrivano le testimonianze di chi ha lavorato a Guantanamo, militari e uomini dei servizi d’intelligence.

Più d’uno ha confermato di aver visto prigionieri lasciati in mutande con l’aria condizionata alla massima potenza, oppure, seduti, incatenati mani e piedi accecati da potenti luci stroboscopiche. Altri, invece, obbligati ad ascoltare musica rock a tutto volume.
Tutte tecniche utilizzate per “ammorbidire” i reclusi più recalcitranti.

Un inferno, e in molti casi un arbitrio, raccontato non senza inserti poetici in un film crudo, eppure intimo e raccolto, come “Camp X-Ray” diretto nel 2014 da Peter Sattler, pellicola che segue la più claustrofobica “The Road to Guantanamo” del regista Michael Winterbottom.

A oggi, dopo 17 anni, sono quasi 800 le tute arancioni transitate dal carcere di Guantanamo. Di queste, 26 non lasceranno mai la struttura a causa del loro indice di pericolosità, nonostante siano soggetti non processabili per mancanza di prove attendibili sulla loro colpevolezza. 10
Camp Delta resta una delle sconfitte più pesanti dell’Amministrazione Obama che, in più di un’occasione dal 2009, ne aveva promesso la chiusura. Impegno disatteso per colpa del Senato che si è sempre opposto (anche quando la maggioranza era “dem”) allo smantellamento della struttura.
Obama è riuscito, però, a ricollocare, grazie ad accordi bilaterali, circa 200 prigionieri.
Uno, per motivi umanitari, anche in Italia: lo yemenita Fayiz Ahmad Yahia Suleiman.

Fortemente contrario sia alla chiusura del centro militare di detenzione sia ai ricollocamenti, resta il nuovo presidente americano Donald Trump convinto della necessità d’intensificare l’attività del supercarcere: «Noi lo terremo Guantanamo, e lo riempiremo di persone pericolose». Posizione peraltro ribadita con maggiore incisività un anno fa durante il discorso sullo stato dell’Unione. 11 Prosegue, dunque, la guerra al terrore, ma anche quella contro i diritti dei prigionieri…

Non lontana da Baghdad, eppure così vicina all’inferno.
Forse proprio per questo motivo Saddam Hussein scelse Abu Ghraib per edificare il carcere iracheno famoso per le torture praticate nei confronti degli avversari del regime.

Tuttavia, Abu Ghraib è rimasto per lungo tempo solo un punto anonimo sopra una cartina geografica.
Almeno fino al 2004, quando il sito di news www.salon.com pubblicò, per primo, le foto degli abusi e delle sofferenze subite da detenuti iracheni da parte dei soldati americani.

Uomini pestati a sangue, cosparsi di feci, tenuti come cani al guinzaglio, incappucciati e posti sopra uno scatolone, con fili elettrici collegati alle dita della mano, pronti a essere fulminati nel caso avessero perso l’equilibrio. E ancora piramidi umane, con i detenuti sempre incappucciati, mentre alle loro spalle soldati americani ridacchiano soddisfatti.

Alle fotografie, di per sé rivoltanti, si aggiungono col tempo anche le testimonianze di ex detenuti e militari pentiti.
Come attestano, per esempio, i video delle sevizie postati dal veterano Ethan McCord sul blog del regista Michael Moore. 12
Abusi psicologici durati poco meno di un’ora che si sommeranno ai racconti che parlano di sodomizzazioni con manganelli, carcerati obbligati ad abbaiare come cani, mangiare carne di maiale e assumere alcol durante il Ramadan.

Tristi celebrità della mattanza divennero due soldatesse, Lynndie England e Sabrina Harman. La prima (conosciuta per la foto con il detenuto denudato e tenuto al guinzaglio), è stata congedata con disonore e condannata a tre anni di carcere militare. Per le illegalità commesse non ha mai provato pentimento «Non chiedo scusa al nemico» ha dichiarato alla testata “The Daily”. 13
Meglio è andata alla seconda (famosa per la foto sorridente vicino alla piramide di prigionieri nudi), condannata ad appena sei mesi di prigione.
Principale responsabile delle sevizie e dei maltrattamenti è stato considerato il soldato Charles Graner condannato a 10 anni di carcere. Prevedibile la sua giustificazione: «Se l’intelligence militare ti chiede di fare una cosa non puoi far altro che obbedire. Ridevo per sopportare quello che facevo».

Con la diffusione delle immagini crescevano però nella popolazione araba il disappunto e la rabbia e a nulla valsero le scuse pronunciate dal presidente Bush.

All’orrore si risponde con l’orrore. A questo probabilmente deve aver pensato il più sanguinario terrorista islamico, Abu Musab al-Zarqawi, quando il 10 maggio 2004 fece circolare in rete le agghiaccianti immagini della decapitazione del povero Nicholas Berg, vestito con una tuta arancione, identica a quella indossata dai detenuti a Guantanamo. Sarà solo il primo di una lunga serie di atti crudeli compiuti dall’ispiratore dello Stato Islamico.

Da questo momento l’opinione pubblica americana inizia a cambiare umore e a pensare che “lo scandalo di Abu Ghraib aveva spazzato via gli ultimi malconci resti di autorevolezza morale messa in campo per giustificare l’invasione dell’Iraq”. 14

A causa del turbamento sollevato dalla diffusione delle immagini, le autorità americane decisero nel 2006 di chiudere il carcere per “ristrutturazione”. Riaprirà i battenti solo nel 2009 con il nuovo nome di Baghdad Central Prison.
Tuttavia, nella primavera del 2014 su decisione delle autorità irachene (che nel frattempo ne avevano assunto il controllo), la “fortezza” chiude e i 2.400 prigionieri trasferiti in altri luoghi di detenzione ritenuti più sicuri.

A incorniciare le efferatezze compiute ad Abu Ghraib restano ancora oggi indelebili le dichiarazioni rilasciate al “Washington Post” dal contractor Eric Fair che nel carcere si occupava degli interrogatori: «Non sono riuscito a disobbedire a un ordine sbagliato, non sono riuscito a proteggere un prigioniero che era sotto la mia custodia, non sono riuscito a mantenere gli standard della decenza umana. Ho invece terrorizzato, degradato e umiliato un uomo che non poteva difendersi». 15

In questa mappatura del terrore una casella importante è occupata dalle prigioni clandestine, meglio conosciute sotto il nome di “Black Sites”.
Con la scusa della lotta al terrore e con la collaborazione di governi compiacenti, Washington ha sfruttato, senza alcun riguardo per i diritti dei presunti sovversivi, sbrigativi luoghi di detenzione (e di tortura) in cui affinare le tecniche più crudeli d’inquisizione affidate, in molti casi, alle sapienti mani di “specialisti” egiziani, giordani e siriani.
“Insomma, il lavoro sporco che per pudore o per decenza non potevano fare a casa nostra (o in America) veniva appaltato alle polizie abituate a fare della tortura un metodo di interrogatorio più che consueto”. 16

Grazie a queste segrete sparse un po’ ovunque nel mondo (soprattutto in Afghanistan e in quella parte dell’Europa un tempo sotto l’influenza politica dell’Unione Sovietica), la Cia tiene in “custodia”, lontano dai riflettori di media e organizzazioni umanitarie, manovalanza e “dirigenti” di al-Qaeda, allo scopo (come abbiamo già visto con il campo di Guantanamo) di dribblare i vincoli imposti dalle leggi americane che proibirebbero metodi d’interrogatorio tanto disumani.

Metodi, per intenderci, particolarmente violenti. Torture che comprendono l’alimentazione e l’idratazione rettale, pressioni di natura psicologica, minacce di stupro anche sui familiari, privazione del sonno, dieta forzata e, infine, la tecnica più famosa di tutte: il waterboarding, o annegamento simulato. 17

Si tratta di una tecnica malvagia utile per estorcere informazioni e confessioni. Consiste nell’immobilizzare a testa in giù un detenuto cui viene anche coperto il viso con un panno già bagnato. Nel frattempo, chi conduce l’interrogatorio, inizia a versare lentamente, dall’alto, acqua gelida sul volto del prigioniero.
Il riflesso faringeo prodotto da questo comportamento innesca, in chi lo subisce, la sensazione di morte imminente.

La regista statunitense, Kathryn Bigelow, ha raccontato questa forma di supplizio nel suo film “Zero Dark Thirty”. 18
Se da un lato Bigelow ha voluto smascherare una pratica illecita e violenta, tanto da inserirla nella prima parte del lungometraggio, dall’altro esiste, però, chi incoraggia l’uso del waterboarding, (e della tortura in generale), come strumento efficace nella lotta al terrorismo. È il caso del presidente Trump intenzionato a ripristinare anche i luoghi di detenzione segreti, non più utilizzati dalla Cia per decisione di Barack Obama. 19

Dopo la denuncia della giornalista del Washington Post, Dana Priest, che per prima rivelò l’esistenza delle carceri clandestine della Cia, si sono moltiplicate le proteste da parte delle organizzazioni umanitarie.

In uno dei numerosi rapporti dedicati all’attività dell’intelligence americana, intitolato “Al di sotto del radar: voli segreti, destinazione tortura e sparizioni”, Amnesty International ha denunciato l’esistenza di “compagnie aeree private e di facciata” utilizzate dalla Cia per i trasferimenti di prigionieri. 20

Chissà quanti, ora, vorrebbero trovare rifugio e ispirazione nel pensiero e nelle parole di Henry David Thoreau, che auspica una presa di coscienza del singolo e un’opposizione civile allo Stato quando, quest’ultimo, viene percepito come ingiusto.

Note

1 Convenzione di Ginevra relativa al trattamento dei prigionieri di guerra, art. 13.
2 Ludovica Amici, “Wikileaks, il libro dei fatti che non dovevate sapere”, Editori Riuniti
3 Ibid.
4 Ibid.
5 Steve Vogel, “Afghan prisoners going to gray area”, Washington Post ripreso da http://www.crimelynx.com/grayarea.htm
6 Cfr. anche https://wikileaks.org/gitmo/
7 Ludovica Amici, “Wikileaks, il libro dei fatti che non dovevate sapere”, Editori Riuniti
8 Anna Bissanti, “A Guantanamo la tortura era legge”, la Repubblica (traduzione dell’articolo di Neil A. Lewis del New York Times)
9 Ludovica Amici, “Wikileaks, il libro dei fatti che non dovevate sapere”, Editori Riuniti 10 Andrea Gerli, “Guantanamo, 15 anni fa l’arrivo delle prime tute arancioni”, Rai
11 “Trump signs order to keep Guantanamo Bay prison open”, Bbc.com
12 Francesco Tortora, “L’ex veterano pentito pubblica i video delle umiliazioni ai prigionieri iracheni”, Corriere della Sera 13 Francesca Bussi, “La carceriera di Abu Ghraib: «Non chiedo scusa al nemico»”, Vanityfair.it
14 Joby Warrick, “Bandiere nere. La nascita dell’Isis”, La Nave di Teseo
15 Eric Fair, “An Iraq Interrogator’s Nightmare”, Washingtonpost.com
16 Claudio Fava, prefazione al libro di Giulietto Chiesa “Le carceri segrete della Cia in Europa”, Edizioni Piemme
17 “10 storie dal rapporto sulle torture della Cia” articolo de www.ilpost.it tradotto dal “Washington Post”
18 Clip tratta dal film “Zero Dark Thirty”, regia di Kathryn Bigelow, produzione Annapurna Pictures e Universal Pictures per l’Italia.
19 Giacomo Talignani, “Trump crede nella tortura. “Waterboarding funziona. Dobbiamo rispondere al fuoco con il fuoco”. Verso ordine esecutivo per ripristinare prigioni segrete”, www.huffingtonpost.it
20 Amnesty International, “Usa: compagnie di facciata per i voli segreti, destinazione tortura e sparizioni”

 

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