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INCHIESTA: i Guardiani del politicamente corretto

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Come ogni dittatura che si rispetti, anche quella del “pensiero unico” ha i suoi custodi, tanto agguerriti quanto fanatici. Qualche cosa di simile alla Guardie rosse di Mao o ai Pasdaran della rivoluzione khomeinista. Gruppi e gruppuscoli più o meno organizzati che si prefiggono la missione salvifica di liberare l’umanità dai “cattivi”. Ma chi sono i cattivi questa volta? Se per le Guardie rosse erano i nemici del comunismo e per i Pasdaran i nemici dell’Islam, per gli aspiranti “psicopoliziotti” sono i nemici del politicamente corretto.
La “Psicopolizia” (come si sa) è una delle tante intuizioni profetiche di George Orwell, in 1984, eccone la definizione: «Ha il compito di controllare tutte le persone attraverso dei teleschermi (oggi il computer ndr.) facendo in modo che queste non commettano psicoreati, ovvero qualsiasi progetto, anche inconscio (da cui il prefisso ‘psico’) di non completa obbedienza alle direttive del partito» (fonte Wilkipedia).
Ci sono gruppi, associazioni e persino società che si sono arrogati il diritto di decidere loro quale è la verità (tutto il resto è fake news), quali sono le pagine da oscurare, quali le organizzazioni da far cancellare dai social. Nella realtà mirano alla eliminazione (per ora solo digitale) di qualsiasi espressione di idea non allineata, sia in termini politici sia, soprattutto, per contenuti etici e sociali.
Conoscerli può essere utile per evitarli.
Guido Giraudo

1° PUNTATA: I CACCIATORI DI FAKE

Sui social bisogna fare attenzione sia alle fake-news che ingannano, sia alle notizie accusate di essere bufale ma che, in realtà, sono vere. Può sembrare uno strano gioco di parole ma, in realtà, è una precisa tecnica di disinformazione. Per cui ogni volta che ci si imbatte in siti o segnalazioni di cacciatori di bufale, bisogna andarsi a leggere bene gli articoli, cercare le fonti, perché talvolta si ricorre a un particolare dubbio o a una piccola imprecisione per cercare di cancellare la notizia, titolando “È una bufala”, oppure inserendola nella categoria “disinformazione”, mari solo perché è una notizia scomode.

Il “fact checking” per verificare le notizie, così, si trasforma spesso in tentativi di manipolazione, puntando magari su titoli a effetto per caricarne il significato. Tutto spesso si riduce a una mera operazione politica, dato che i maggiori siti di pseudo-cacciatori di bufale sono gestiti da attivisti ideologizzati.

L’esempio più eclatante, naturalmente, è la vicenda di Bibbiano. L’indagine “Angeli e Demoni” è la cartina di tornasole per capire chi tende a sminuire o, addirittura, a negare i fatti. Ricordiamo, per esempio che, a luglio, alcuni media mainstream (La Stampa e Repubblica, soprattutto) scrissero articoli in cui si parlava di fake-news e di “montatura” da parte di siti di estrema destra. Una brutta pagina per l’informazione, una tecnica di disinformazione, che però è fallita miseramente dinanzi all’impegno sui social e di qualche giornale (come La Verità) per approfondire il caso.

Sempre restando al caso Bibbiano, una vera fake-news che è stata diffusa è quella per cui “il sindaco di Bibbiano è accusato solo per aver assegnato una stanza”. In verità ci sono anche accuse più gravi (e, adesso, c’è un’ulteriore richiesta di arresto, su cui in settimana si dovrà esprimere il giudice) eppure anche esponenti politici nazionali hanno continuato (e continuano) a ripeterla, senza che nessun giornale o sito di “lotta alle fake-news” li contraddica.

Bufale.net è uno di questi siti, specializzato nel denunciare fake a senso unico. Sulle sue pagine si trovano accuse per errori e sbagli realmente commessi dall’informazione, ma sempre e solo guardando da una sola parte. Ci sono poi omissioni e anche casi di disinformazione.

Sulle accuse al sindaco, per esempio, questi Guardiani del politicamente corretto, hanno deciso per la formula dell’articolo “in aggiornamento” che, però, guarda caso, si è fermato al 4 luglio, quando l’avvocato aveva chiesto la revoca degli arresti. Quindi i loro lettori non sanno che la richiesta è stata respinta (per cui l’ex sindaco, nel frattempo sospeso dall’incarico, è ancora agli arresti domiciliari). Però sono stati rapidissimi nel bollare come bufala il post “Bibbiano porta il marchio del Pd”.

Inoltre, fanno disinformazione quando scelgono di replicare al post di un sacerdote che (nel momento del grande silenzio da parte dei media) scriveva: “L’informazione radical chic di sinistra non ne parla”. Bufale.net bolla questa tesi come falsa e scrive: “Per smentire tale affermazione è sufficiente affidarci al motore di ricerca” e riportano Repubblica, Corriere della Sera, Il Messaggero aggiungendo “Vi riportiamo questi esempi sulla base delle testate ritenute ‘radical chic’ dalla maggior parte dei detrattori, e vi facciamo notare che le testate ‘radical chic’ si erano occupate del caso già dal 27 giugno, primo giorno in cui era stata riportata la vicenda. Addirittura, la notizia era stata riportata dal sito di informazione del PD Democratica”.

Peccato che le testate citate si siano occupate del “caso Bibbiano” solo i primi due giorni; infatti il post del sacerdote lamentava il silenzio calato sui fatti. Quindi anziché dimostrare la falsità dell’affermazione del sacerdote l’articolo di bufale.net ha confermato la validità della sua affermazione. Questo, però, lo può sapere solo chi ha seguito la questione dall’inizio. Quello che si cerca di far passare (perché ripreso dalla “catena di Sant’Antonio” dell’informazione standardizzata), invece, è il concetto che, su Bibbiano, si raccontano “bufale”.

Operazione analoga fu imbastita ai tempi di Carola Rackete (la “capitana” che speronò la Guardia costiera pur di far sbarcare i migranti).

In quei giorni saltò fuori la storia di Francesca Peirotti, un’attivista italiana fermata e condannata in Francia per aver fatto entrare illegalmente degli immigrati.

La notizia fu diffusa prima da Panorama, scatenando reazioni “indignate”. Paragonare la Peirotti alla Rackete fu definita una fake-news, inquadrata nell’ambito di una lunga serie di errori, stupidaggini e anche, certamente, di menzogne di cui i social sono sempre pieni.
Invece, la notizia era verissima, di sbagliato (in alcune versioni) c’era solo l’entità della pena a cui la Peirotti era stata condannata. Quanto basta, però, per gridare alla mistificazione.

La strategia quindi è chiara. Primo: questi Guardiani (altri ne vedremo nelle prossime puntate) guardano sempre e solo da una parte, mai una denuncia per le omissioni, gli errori o le bugie del fronte dei “buoni”. Secondo: si nutrano della gigantesca quantità di scemenze partorite (a volte appositamente) dai social per “cancellare” anche quello che c’è di vero. Terzo: usano l’etichetta “fake-news” (rilanciata su tutti i social e postata in mille risposte) per bollare d’infamia qualsiasi informazione scomoda e chiunque ne parli.

(1 – Continua)

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