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Alessandro Banfi: «Chi ci offre, o vende, le notizie non è più giudicato per la sua attendibilità»

Alessandro Banfi, classe 1959,  realizza per RaiUno il programma “La Vita in Diretta”, condotto da Lorella Cuccarini e Alberto Matano. In passato, è stato direttore di TgCom24, il canale “all news” di Mediaset. E’ stato anche, per più di 10 anni, autore della trasmissione di approfondimento di Canale 5, “Matrix”, prima con Enrico Mentana, poi con Alessio Vinci, quindi con Nicola Porro. Per dieci anni ha lavorato al Tg5 di Enrico Mentana, prima come caporedattore Cronaca e, poi, come vicedirettore. Sulla carta stampata, Banfi, è stato caporedattore e direttore del settimanale “Il Sabato”, negli anni Ottanta, succedendo a Paolo Liguori. Attualmente collabora anche con l’Ordine Nazionale dei Giornalisti come docente dei corsi di Formazione professionale dedicati all’aggiornamento dei giornalisti.

Ormai, scrivere un articolo giornalismo significa, spesso, dover trovare qualcosa che non solo possa essere interessante il lettore, ma che abbia anche gli elementi giusti a livello di immagine (foto, video e audio) per poter diventare virale sui social: questa ulteriore problematica, a suo avviso, limita o esalta la capacità di scelta del giornalista?

«Il mondo sta cambiando rapidamente e anche radicalmente. Il grande scoiologo Bauman diceva che le notizie sono diventate un pulviscolo in cui viviamo. La notizia non ha più il valore di una volta. E’ molto meno attendibile (esistono le fake news) ed è a buon mercato. Tutto ciò grazie alle nuove tecnologie e ai social. Il giornalismo è profondamente messo in discussione nei suoi modi e per certi versi la cosa riguarda anche la democrazia. “Conoscere per deliberare” diceva Luigi Einaudi, che è stato capo provvisorio dello Stato nel periodo della Costituente. Oggi “conoscere” è diventato molto più facile ma anche molto meno sicuro. Per cui “deliberare” è anche meno razionale, molto più emotivo. Faccio un esempio politcamente corretto: la giovane studentessa, scioperante il venerdì, Greta Thunberg è diventata il simbolo universale della battaglia ecologista. Non ha vere competenze scientifiche in materia ambientale. Per di più è una minorenne con lievi problemi mentali. Sembra fatta apposta per inquietare e dividere i cittadini (spesso incompetenti) fra pro e contro. Non si conosce più per deliberare, ci si emoziona (fugacemente), ci si arrabbia, si crede a tutto per deliberare. La funzione classica dei mass media nella democrazia moderna, il “quarto potere”, non c’è quasi più. I leader politici (da Obama a Renzi, da Trump a Di Maio) “disintermediano” la loro comunicazione, che è diventata diretta coi cittadini».

Spesso si sente dire che Internet è il posto delle “fast-food news”, perché ormai gli utenti hanno poco tempo e leggono solo notizie brevi. Tuttavia, di recente, c’è chi si è inventato le “slow news” come alternativa a questo approccio. Lei da che parte sta?

Purtroppo non credo che sia così semplice. Il dibattito fra breve e lungo è antico quanto la retorica classica, in cui ci si divideva fra asianesimo e atticismo. Il problema qui non è avere tempo. Il problema è che cosa si cerca. Che cos’è la notizia? Perché mi riguarda? Provate a chiederlo alla gente comune, ma anche ai giornalisti di oggi. Pochi riescono a essere veloci e precisi nella risposta. La notizia mi riguarda perché ha interesse generale. Si distingue dal pettegolezzo proprio perché è necessaria, nel senso che è giusto, un mio diritto, che io la conosca. Mentre sto rispondendo scorro al volo le “notizie” che mi offre ora Google in primo piano da diversi siti e organi di stampa. La metà non sono vere notizie. Chi ci offre, o vende, le notizie non è più giudicato sulla sua attendibilità e credibilità ma sul numero di click che ottiene.

Come scriveva Walter Lippmann, le notizie formano una sorta di pseudo-ambiente, ma le nostre reazioni a tale ambiente non sono affatto pseudo-azioni, bensì azioni reali. È evidente che il fenomeno fake news vada ben oltre le classiche “bufale” e che prolifichi a seguito della ricerca spasmodica di “like” e di visualizzazioni. Secondo lei cosa manca ai media, e ai giornalisti più in generale, per riconquistare la credibilità perduta?

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Ci sarà sempre bisogno di un giornalista vero. Un giornalista che sappia interpretare quello che il politico scrive su FB o su Twitter, sia pure il Presidente degli Usa. Un giornalista che sappia distinguere fra il pettegolezzo e la notizia. Certo, la nostra professione si deve trasformare e saper incarnare la propria missione, anche civile, nel nuovo contesto ambientale.  La partita sulla credibilità prima o poi si giocherà e dobbiamo farci trovare con le carte in regola.

In Italia così come altrove, la popolarità professionale dei giornalisti (e della professione giornalistica) è ai minimi storici. Qual è, secondo lei, l’errore più grave che commettono gli operatori del settore?

Siamo stati accomunati all’establishment, al sistema. In un momento in cui i vari populismi predicano la lotta ad esso. Certo siamo criticati anche per i nostri peccati. Primo dei quali è la commistione proprio con quei poteri che devono essere controllati dalla nostra funzione. Ma il paradosso è che se si denigra la funzione di controllo della stampa libera si rafforza proprio il potere bruto della politica, della finanza, dei servizi segreti eccetera e questo non è compreso oggi.

Al di là di quello che ritiene qualche politico ci pare evidente ormai, a livello globale, che il bipolarismo non sia più tra destra e sinistra, bensì tra élite di garantiti e popolo dei non rappresentati. A questo si aggiunge il paradosso tutto italiano di una democrazia orfana degli spazi in cui una classe dirigente possa nascere e crescere per formazione e non per cooptazione. Su quali basi e con quali strumenti (anche informativi) sarà possibile – secondo lei – costruire una nuova e autentica connessione tra popolo e classi dirigenti?

E’ una sfida molto complicata che la nostra classe politica mondiale ha di fronte. Se si vuole combattere il populismo, bsiogna ricostruire un rapporto col popolo. E’ la vera questione all’ordine del giorno in Italia (con questo nuovo governo) e nel mondo.

Come accadde in passato con la televisione, oggi sono le esigenze del web a controllare la nostra cultura e, in Internet, si vive o si muore di click, perché garantiscono potere e profitti della pubblicità. Esiste, secondo lei, un modo per superare il dualismo Google-Facebook?

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Grande dilemma anche questo. Diciamo che la questione comincia a essere molto presente. Negli Usa in 48 Stati si sta investigando su Google e la sua posizione dominante, e anche in Europa se ne parla. Ma la questione è complessa, perché rispetto a qualsiasi altra industria che – dopo un periodo di sviluppo con poche regole – viene regolata, il digitale ha due caratteristiche nuove. La prima è che storicamente anti trust e monopoli sono definiti in base al danno verso i consumatori (il monopolista o oligopolista alza i prezzi sopra il mercato). Ma il digitale crea monopoli che abbassano i prezzi, basti pensare ad Amazon, o alla comodità dello stesso Google, benchmark globale e grande monopolista gratuito delle e-mail. Quindi la prima differenza è economica. La seconda è politica. Storicamente le industrie mature “diventano “ repubblicane, si schierano con il partito che ideologicamente ritiene che meno regolamentazione c’è meglio è, mentre i grandi marchi del digitale sono democratici, “liberal”. Dunque di per sé attenti alle regole e politicamente corretti.

Grazie a Snowden sappiamo che Orwell aveva ragione e che ogni singola azione che compiamo online viene intercettata, monitorata e catalogata. Questo significa controllo, che a sua volta è un sensazionale strumento di potere aumentato dalle “censure” imposte grazie ai luoghi comuni politicamente corretti. Quanto di questo “totalitarismo tecnologico”, ritiene che sia oggettivamente colpa di chi dovrebbe informare correttamente, ovvero dei giornalisti?

“Oggettivamente colpa” della tecnologia direi innanzitutto. I giornalisti, come abbiamo detto finora, sono in parte vittime e in parte carnefici, soprattutto di se stessi.

Una delle suggestioni più frequenti tra gli addetti alla informazione è quella “robot journalism”, una definizione che viene associata all’uso di software in grado di realizzare testi di senso compiuto senza l’intervento dell’uomo. In prospettiva, lo vede più come un’opportunità o una minaccia?

Lo vedo come un’opportunità, come tutta l’intelligenza artificiale. Può aiutare moltissimo la vita dell’uomo contemporaneo. Sfido chiunque a voler rinunciare al proprio telefonino, che pure fa tanto lavoro al nostro posto…

Secondo lei esiste una anche remota possibilità che il giornalismo – inteso come istituzione -possa scomparire per essere sostituita da un nuovo modo di trasmettere la conoscenza alle persone magari in maniera “meccanica”, o comunque con la definitiva affermazione del principio di induzione che attualmente gli algoritmi utilizzano per “selezionare” le notizie al posto nostro?

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Direi proprio di no. Quanto all’algoritmo, accemnnavo prima al regno della quantità, dei click, come unico criterio di selezione delle presunte notizie. Questo è un problema cui mettere mano.

Secondo lei come leggeremo le notizie tra 5 anni?

Non lo so bene. So però che la gente vorrà, a un certo punto, capire meglio, essere davvero informata. Vorrà piangere e ridere e sentire una storia umana, come solo gli umani sanno raccontarla. Il giornalismo, nella sua migliore accezione, è amare la realtà e descriverla, soffrendo, perdendo tempo ed energie. A volte rimettendoci anche la vita. Come capita quasi ogni giorno sulla terra. Ci sarà sempre qualcuno che avrà chiaro questo: sapere le notizie ci rende liberi, ci fa decidere, ci dà un potere vero. Anche se, per tornare a Bauman, nella società liquida si nota davvero chi sa camminare sulle acque. Ai giornalisti del futuro è chiesto il miracolo.

Igor Traboni
Articolo di

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