Torna il proporzionale o torna il referendum?

Popolo contro Palazzo. Maggioritario contro proporzionale. Nuova Repubblica contro vecchia Repubblica.

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Se i rosso-gialli della maggioranza di governo hanno annunciato che, per evitare una vittoria netta del centrodestra (tanto per confermare che l’unico punto che li unisce è l’antisalvinismo), vareranno una legge elettorale proporzionale, ecco che Salvini ha annunciato la sua contromossa. Ovvero un referendum per abolire del tutto la parte proporzionale dall’attuale legge elettorale, trasformando il sistema elettorale in un maggioritario puro che consenta di avere una maggioranza che governi e, soprattutto, garantisca il rispetto della volontà popolare, impedendo il ritorno ai giochini di Palazzo tipici della prima Repubblica (e di questi ultimi anni).

Dopo 26 anni, di sistema più o meno maggioritario, qualcuno vuole dunque riportare indietro le lancette del tempo e ripristinare la legge elettorale proporzionale che, dal 1945 al 1992, ha accompagnato il Paese, prima che il referendum, promosso da Mario Segni, estendesse anche alla Camera il sistema dei collegi maggioritari già presente per il Senato.

Quel referendum, inizialmente, sembrava calzare su misura per consentire alla Dc e al Pds (nato dalla trasformazione del Pci) di superare indenni la stagione di Tangentopoli, emarginando le ali “estreme” (Lega e Msi-Dn, da una parte, e Rifondazione comunista, dall’altra) che, infatti, allora votarono contro al referendum.

Invece, fu l’inizio di una vera rivoluzione per la scena politica italiana, che ebbe il suo definitivo battesimo il 27 marzo 1994 con le elezioni politiche (con la nuova legge maggioritaria che manteneva il 25% di proporzionale) che videro la vittoria di Berlusconi con le sue alleanze, al Nord con la Lega e al CentroSud con Alleanza Nazionale.

REFERENDUM MANCATI

Iniziò allora la “grande marcia” per il maggioritario puro arrivando a un passo dall’abolire la quota proporzionale con il referendum del 18 aprile 1999. La sera gli italiani andarono a dormire convinti che il referendum fosse valido, in quanto era stato superato il quorum del 50% dei votanti; invece, la mattina si svegliarono apprendendo che quel 50% non era stato raggiunto, ma solo sfiorato, avendo votato il 49,6% degli elettori.

Una beffa (o una truffa) amara, anche perché i Sì avrebbero stravinto con il 91,5%. Fu, invece, una vittoria per la sinistra e per i vecchi partiti che avevano impostato la loro campagna proprio sull’astensionismo.

I sostenitori del maggioritario, con Gianfranco Fini in prima fila (che obbligò i militanti di Alleanza Nazionale a raccogliere le firme ad agosto…) ci riprovarono a distanza di 12 mesi ma, stavolta, il quorum ai referendum (si votava anche sulla Giustizia e sui licenziamenti) venne mancato di molto, dato che gli elettori furono solo il 32,4%.

Nel 2009 Mario Segni ci provò ancora con un referendum per assegnare il premio di maggioranza alla lista più votata anziché alla coalizione, però, anche stavolta, gli italiani disertarono le urne, non arrivando neppure al 24%.

LA LUNGA STAGIONE DEGLI “ELLUM”

Nel 2005, il terzo governo Berlusconi, cambiò la legge elettorale con l’introduzione delle liste bloccate (i cosiddetti “nominati”) e del premio di maggioranza per la coalizione vincente. La nuova legge venne ribattezzata dal suo stesso autore, il leghista Roberto Calderoli, una “porcata”, per cui è passata alla storia come “Porcellum”. Il problema non era tanto quello delle liste bloccate (riprese dalla legge della Regione Toscana, che stava bene anche alla sinistra) ma perché il premio di maggioranza alla Camera era a livello nazionale, mentre al Senato era a livello regionale, rendendo quindi molto più difficile il raggiungimento di una maggioranza, come, infatti, avvenne nel 2006 a Prodi.

Tra le leggi elettorali venne anche ipotizzato il progetto del “Sindaco d’Italia”, per estendere a livello nazionale la legge a doppio turno (ballottaggio) in uso per i Comuni. Tale sistema, però, se da una parte avrebbe garantito la governabilità e l’identificazione chiara degli schieramenti in campo, dall’altra, partendo da un primo turno proporzionale, avrebbe dato troppo potere in Parlamento ai piccoli partiti.

Nuova legge elettorale nel 2017, voluta da Renzi, e altro pasticcio, che questa volta prende il nome di “Rosatellum” (da Ettore Rosato, il fedelissimo renziano che la propose).

È l’attuale legge: un mix tra maggioritario e proporzionale che però non garantisce la governabilità se un partito (o una coalizione) non arrivano al 38 o al 40% dei voti. Anche questa è stata una legge scritta “su misura” per favorire il Pd renziano (che al 40% era arrivato con le elezioni europee) oppure un inciucio tra Pd e Forza Italia. Invece, è andata come sappiamo, con la vittoria del Movimento 5 Stelle e dalla Lega, mentre la coalizione di centrodestra non ha raggiunto per poco il fatidico 40%.

Questa legge adesso, andava bene a Salvini, forte dei sondaggi che portavano la Lega da sola oltre il 38% o una coalizione di centrodestra oltre il 50%:
Si capisce, quindi, l’immediata reazione del “Palazzo”, prima ancora che dei partiti della nuova coalizione rosso-gialla che, felici di essere tornati ai fasti degli accordi di corridoio, come ai tempi della Prima Repubblica, ora sono diventati sostenitori del proporzionale.

Una manovra di Palazzo per timore del popolo che – in fondo – al di là degli schieramenti (una volta Pd, una volta 5Stelle, una volta Lega) ha sempre indicato la volontà di essere governato in maniera chiara, trasparente e stabile, in base alla scelta che emerge dalle urne.

Invece, come sappiamo, questa è la quarta volta, in soli 7 anni, che il Pd riesce ad andare al governo senza aver avuto il consenso elettorale per farlo.

Sarà il referendum chiesto da Salvini la soluzione per dare la parola agli italiani?
L’Europa, il Quirinale, i “mercati”, Moody’s, Amnesty International, Greta e il papa… lo consentiranno?

 

 

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