Rimaniamo in contatto

Ciao, cosa stai cercando?

Dieci domande

Monica Mondo: «Torniamo alla cultura e all’educazione»

Torinese di nascita e romana di adozione, Monica Mondo ha sempre respirato carta stampata: il papà, Lorenzo, è stato giornalista e critico letterario de La Stampa, il marito, Franco Bechis, è direttore de Il Tempo, oltre che padre dei tre figli della coppia. La Mondo ha collaborato con Il Sabato, Avvenire e Il Riformista. Su Tv2000 conduce uno dei programmi più seguiti dell’emittente, dove intervista ospiti nazionali ed internazionali. Non a caso il programma si chiama “Soul”. I suoi libri – caso più unico che raro – risultano più letti che recensiti, come “Le idee restano”, biografia di Giovanni Falcone scritto con Maria, sorella del magistrato ucciso. Da due settimane è di nuovo in libreria con “Dove solo l’anima arriva” (Emi).

 

Ormai, scrivere un articolo giornalismo significa, spesso, dover trovare qualcosa che non solo possa essere interessante il lettore, ma che abbia anche gli elementi giusti a livello di immagine (foto, video e audio) per poter diventare virale sui social: questa ulteriore problematica, a suo avviso, limita o esalta la capacità di scelta del giornalista?

Limita se ci si vuol far limitare. La notizia c’è, a prescindere dall’immagine. E si lavora sul titolo e sul testo per darle risalto. Le “notizie” non hanno esigenza assoluta di essere figurate, anche perché sui social e su i siti funzionano molto meglio le non notizie gossip, le improbabili avventure di animali, le curiosità.

Spesso si sente dire che Internet è il posto delle “fast-food news”, perché ormai gli utenti hanno poco tempo e leggono solo notizie brevi. Tuttavia, di recente, c’è chi si è inventato le “slow news” come alternativa a questo approccio. Lei da che parte sta?

Io uso la rete come usavo e uso la carta, ahimè, con gran disdoro per la vista. Se cerchi l’approfondimento, lo cerchi e lo trovi anche in rete. Dipende da te, dalla cultura e dall’educazione che hai.

Come scriveva Walter Lippmann, le notizie formano una sorta di pseudo-ambiente, ma le nostre reazioni a tale ambiente non sono affatto pseudo-azioni, bensì azioni reali. È evidente che il fenomeno fake news vada ben oltre le classiche “bufale” e che prolifichi a seguito della ricerca spasmodica di “like” e di visualizzazioni. Secondo lei cosa manca ai media, e ai giornalisti più in generale, per riconquistare la credibilità perduta?

Quel che è primario in un giornalista, non in un lustrascarpe – con tutto il rispetto – o in un compilatore di schede: curiosità, buone scarpe, sensibilità, coraggio, dignità. Si può obbedire ai capi senza piaggeria e senza andare contro la propria coscienza.

In Italia così come altrove, la popolarità professionale dei giornalisti (e della professione giornalistica) è ai minimi storici. Qual è, secondo lei, l’errore più grave che commettono gli operatori del settore?

Mancanza di libertà e sciatteria nella ricerca delle notizie come nella scrittura. La situazione dell’editoria è critica, ma non serve per sopravvivere qualche anno in più seguire il potere del momento e rincorrere le mode.

Al di là di quello che ritiene qualche politico ci pare evidente ormai, a livello globale, che il bipolarismo non sia più tra destra e sinistra, bensì tra élite di garantiti e popolo dei non rappresentati. A questo si aggiunge il paradosso tutto italiano di una democrazia orfana degli spazi in cui una classe dirigente possa nascere e crescere per formazione e non per cooptazione. Su quali basi e con quali strumenti (anche informativi) sarà possibile – secondo lei – costruire una nuova e autentica connessione tra popolo e classi dirigenti?

Pubblicità. Scorrere fino a continuare la lettura.

Con la famiglia, e la scuola. Si parte da lì. Ragazzi e giovani individualisti, cinici e senza ideali come potrebbero occuparsi della cosa pubblica? Diffido delle auspicate “scuole di politica” per piccole élites di giovani annoiati e viziati, che già si sentono geni per qualche 30 all’Università. La passione per il bene comune, se insegnata e testimoniata, muove alla passione e all’azione, giocandosi nella realtà. A parte qualche attempato reduce dei collettivi, dov’è la presenza giovanile nella scuola e nell’Università, oppure nelle fabbriche?

Come accadde in passato con la televisione, oggi sono le esigenze del Web a controllare la nostra cultura e, in Internet, si vive o si muore di click, perché garantiscono potere e profitti della pubblicità. Esiste, secondo lei, un modo per superare il dualismo Google-Facebook?

Più che la pubblicità, che paga pochissimo, i social solleticano la vanità e garantiscono un’immagine. Ma non è detto che sia positiva. Ogni strumento va usato per un fine, che può essere buono o cattivo. Tocca intanto saperlo dominare, non esserne schiavi. Io ai miei figli continuo a parlare di necessarie disintossicazioni abituali, a invitarli alla libertà. Spesso è il “giro”, il “gruppo” che ti sollecita e stressa. E se sei fragile temi di esserne escluso.

Grazie a Snowden sappiamo che Orwell aveva ragione e che ogni singola azione che compiamo online viene intercettata, monitorata e catalogata. Questo significa controllo, che a sua volta è un sensazionale strumento di potere aumentato dalle “censure” imposte grazie ai luoghi comuni politicamente corretti. Quanto di questo “totalitarismo tecnologico”, ritiene che sia oggettivamente colpa di chi dovrebbe informare correttamente, ovvero dei giornalisti?

I giornalisti diventano servi di un sistema. Consapevolmente o no. Se è no non sono giornalisti, perché sono stupidi. La tecnologia è in mano alle multinazionali e ai poteri che con essa si autoalimentano. Basterebbero un po’ di Fallaci sparse sul pianeta a spogliare il re.

Una delle suggestioni più frequenti tra gli addetti alla informazione è quella “robot journalism”, una definizione che viene associata all’uso di software in grado di realizzare testi di senso compiuto senza l’intervento dell’uomo. In prospettiva, lo vede più come un’opportunità o una minaccia?

La vedo come una sciocchezza. Ho incontrato per il mio programma a Tv2000 Federico Faggin: è lui ad aver inventato il micriprocessore che è vitale nei moderni computer. Da anni combatte una battaglia contro i colleghi più gettonati per ricordare che nemmeno il calcolatore più perfetto potrà provare sensazioni. E l’intelligenza umana è tale perché prova sensazioni. L’informazione è tale se è intelligente. Poi, se ci si accontenta di rulli di brevi, è un problema dell’utilizzatore. Torniamo alla cultura e all’educazione.

Secondo lei esiste una anche remota possibilità che il giornalismo – inteso come istituzione -possa scomparire per essere sostituita da un nuovo modo di trasmettere la conoscenza alle persone magari in maniera “meccanica”, o comunque con la definitiva affermazione del principio di induzione che attualmente gli algoritmi utilizzano per “selezionare” le notizie al posto nostro?

Gli algoritmi come detto potranno dare e diffondere lanci di notizie, manipolandone l’importanza. Ma il giornalismo, ovvero lo studio, l’analisi, l’approfondimento della notizia ci saranno sempre, perché non tutti gli uomini sono stupidi, o servi. Il problema sarà riuscire a pagarlo, il buon giornalismo…

Secondo lei come leggeremo le notizie tra 5 anni?

Non so dove le leggeremo, su quale supporto, o se ci appariranno direttamente negli occhi. Ma so che le leggeremo. Mi preoccupa come saranno pagati gli audaci che continueranno a dare notizie. Questo è il mistero, e il problema. Perché senza un giusto riconoscimento è più facile e talvolta necessario adeguarsi al sistema, e perdere la libertà.

Pubblicità. Scorrere fino a continuare la lettura.
Igor Traboni
Articolo di

Annuncio Il Predestinato 2

Articoli che potrebbero interessarti

Innovazione

Il 9 settembre scorso su Netflix è uscito The Social Dilemma, che il regista statunitense Jeff Orlowski ha imperniato sull’influenza che i social network...

Editoriali

«Ho pagato 40 anni di contributi, sono sempre stato onesto e questo è il modo in cui mi ricompensano». Conobbi Mario (lo chiamerò così...

Editoriali

La catalessi mediatica in cui ci ha catapultati la pandemia continua a cullarci nel torpore del liquido amniotico composto da un mix di decreti,...

Elezioni USA 2020

Non potrebbe esserci posto migliore per celebrare l’indipendenza dell’America, se non sotto questa magnifica, incredibile, maestosa montagna monumentale, dedicata ai più grandi americani che...

Vorremmo avvisarti quando pubblichiamo nuovi articoli!