Oggi come ieri (2): i linguaggi abbreviati

tempo di lettura 5 minuti

Ci sono alcune nuove consuetudini che sono ormai entrate nel linguaggio digitale corrente. Ieri abbiamo parlato dell’uso di icone (faccine e non solo) per esprimere stati d’animo, sintetizzare emozioni o esternare pulsioni. Un’altra abitudine che – alla fine – ha contagiato quasi tutti a seguito dell’uso compulsivo del cellulare, è quella di usare sempre più spesso abbreviazioni al posto di parole, interiezioni oppure pronomi di uso corrente.

Come quando abbiamo affrontato la Tecno-sfida del “digital divide”, anche qui è, innanzitutto, un problema generazionale. Solo dopo, diventa anche un fattore culturale da esaminare.

Cominciamo dall’inizio. A introdurre in maniera massiccia le abbreviazioni è stata la cosiddetta “generazione due pollici”; quella nata utilizzando già lo smartphone e che, quindi, ha imparato a scrivere direttamente sulla piccola tastiera usando, appunto, i pollici, invece che altre dita, soprattutto l’indice, come fa chi adopera abitualmente la tastiera del computer.

L’uso di abbreviazioni non è altro che una ovvia conseguenza della velocità di digitazione e della necessità di rispondere (anche qui, spesso, in maniera compulsiva) a molti messaggi contemporaneamente. Le parole troppo lunghe e difficili, che spesso finiscono vittime del correttore automatico, vengono così ridotte a sigla (ne vediamo alcuni esempi qui a fianco).

In breve tempo, però, questa abitudine è diventata sempre più un vezzo, una “moda”, soprattutto per chi non appartiene alla Generazione Z (quella dei nativi social) ma vuole sentirsi giovane, “al passo con i tempi”, arrivando a trasformare alcuni messaggi in autentici codici criptati.

Per essere completi nell’analisi di questa neolingua generazionale bisognerebbe, però, ampliare il campo anche ai neologismi (googolare, linkare, twittare, loggarsi e così via) e alle nuove espressioni gergali, tipiche del linguaggio giovanile, che contribuiscono a identificare ancora di più la tipologia di dialogo.

Alla fine però, come dicevamo, c’è anche un problema culturale più generale. Già ieri abbiamo scritto che l’uso di linguaggi abbreviati è indice di “decadenza” per una lingua, in quanto comporta un uso scorretto, ibrido e deviato della stessa che, se protratto nel tempo, ne determina lo stravolgimento.

Anche in questo caso, però, l’oggi non è diverso dal passato; quindi i ragazzi della “generazione due pollici”, possono stare tranquilli perché la loro non è una straordinaria rivoluzione.

Per esempio proprio la nostra lingua madre, il latino, ha vissuto già analoghe esperienze. Qui a fianco, tanto per incominciare, riportiamo un piccolo esempio di alcune delle molte abbreviazioni che entrarono nell’uso corrente quando gli scritti si diffusero, uscendo dall’uso accademico e burocratico per entrare in quello comune e commerciale.

Inoltre, chi vive a Roma (ma non solo) avrà visto decine e decine di “epigrafi”, iscrizioni murarie commemorative o funebri. Soprattutto quelle realizzate nei secoli successivi alla caduta dell’Impero sono state, via via, sempre più ricche di abbreviazioni. Come illustrato nell’immagine qui sotto mente, a destra, troviamo un piccolo campionario di sigle con i loro significati.

Infine, forse non tutti sanno che attengono all’uso di abbreviazioni anche due simboli tra i più usati nella nostra quotidianità digitale. La “chiocciola” e il “cancelletto”.

@ – Nasce come fusione di a+d, usata già nel IV secolo dai mercanti per abbreviare la formula che indicava il contenuto di un imballo. Secoli dopo, gli inglesi modificarono il suo significato da “ad” a “at” e inserirono la sigla anche nelle tastiere delle macchine da scrivere, dai primi del Novecento. Infine, nel 1971, Ray Tomlinson inventò la posta elettronica collegando tra loro, tramite la rete ARPANET, gli studenti americani usando proprio il simbolo della “chiocciola” come separazione tra nome e destinatario.

# – In origine era un’abbreviatura latina (N maiuscola sbarrata) per indicare la parola “numerus” ovvero numero; infatti, negli Stati Uniti, quest’uso è ancora vivo (#1 significa number one). Oggi è usato in informatica, matematica e nelle tastiere del telefono, soprattutto, però è il prefisso per gli hashtag su Istagram (e Google) come “aggregatore telematico”.

Insomma: il futuro ha sempre radici nel passato, anche quando si fa finta di dimenticarlo o di irridere alla nostra Tradizione.

(2 – Continua)

 

 

 

 

Lascia un commento

Articolo precedente

Gennaro Malgieri: «È il mondo delle diversità che sta morendo nell’indifferenza»

Prossimo articolo

Come funziona la censura di Facebook

Gli ultimi articoli di Blog