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Editoriali

Il populismo “Pop” di Salvini

C’è chi la considera un difetto, eppure la semplicità è l’emblema della nostra epoca, quella che tra qualche centinaio di anni probabilmente sarà considerata come il Paleolitico Digitale. Pensateci, il fine ultimo di ognuno degli strumenti hardware e software di cui disponiamo è quello di semplificare qualcosa: dai processi aziendali agli acquisti, fino ad arrivare alla comunicazione tra persone. Siamo in tutto e per tutto cavernicoli digitali, e come tali spesso ci comportiamo.

A tal proposito è inevitabile pensare alla politica e, con essa, all’incapacità che l’accomuna a gran parte dei media mainstream nell’ostinarsi a negare che l’affermazione di leader e movimenti populisti sia essenzialmente figlia della semplicità dei loro messaggi, per i quali un alleato formidabile è certamente tutto il resto della politica, il palazzo, che difatti hanno gioco facile nell’etichettare come establishment.

Narrazione che funziona con Trump negli Stati Uniti, che sono un paese in cui – beati loro – chi vince le elezioni governa per tutto il mandato e che a maggior ragione ha attecchito da noi, il paese dei 66 governi in 73 anni.

Eppure sembra che la storia, anche recente, non abbia insegnato davvero nulla. Guardarci indietro fino a una trentina d’anni fa è utile per constatare come la perdita di consensi dei partiti tradizionali sia sempre coincisa con la rinuncia, quando non addirittura il rifiuto, della propria identità.

Tutte le parabole politiche degne di nota sono partite da destra o sinistra e sono morte al centro.

Esempi ce ne sono a bizzeffe: potrei cominciare con Alleanza Nazionale, il cui ex leader passò dalla tolleranza zero alla proposta di far votare gli immigrati privi di cittadinanza; segue a ruota il Pci-Pds-Ds-Pd, che una volta rappresentava ceti popolari e classi operaie mentre oggi va a braccetto con i cosiddetti poteri forti. Due esempi ancora più recenti sono quello di Silvio Berlusconi, che da archetipo del populismo e fondatore del centrodestra ha ridotto quel che rimane di Forza Italia in un partito più vicino alle posizioni del Pd che a quelle dei suoi alleati, e di Matteo Renzi partito come populista di centrosinistra capace di sfondare a destra e politicamente morto schiacciato dal peso della sua incoerenza cronica.

Ora sembra giunto il turno del Movimento 5 Stelle, che alleandosi con i nemici storici del Partito Democratico hanno seriamente compromesso quella sorta di scudo protettivo che li distingueva rispetto agli avversari, e che consentiva loro di potersi esporre con efficacia su temi come la lotta al sistema marcio e corrotto e ai partiti che ne fanno parte.

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In questo scenario non deve stupire che quello guidato da Matteo Salvini continui a essere il partito con il gradimento più alto tra gli italiani, perché si tratta di un risultato che è figlio di una comunicazione Pop, capace cioè di essere compresa da chiunque lo ascolti sui social o in televisione o lo legga sui giornali.

D’altra parte esempi come quelli di Trump e Zelensky confermano che la semplicità del messaggio è un concetto che sta alla base di qualsivoglia strategia di comunicazione vincente.

Possibile che in Italia se ne sia accorto soltanto Salvini?

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