Gennaro Malgieri: «È il mondo delle diversità che sta morendo nell’indifferenza»

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Gennaro Malgieri è una delle menti più brillanti della cultura non conforme italiana. Il suo ultimo saggio, per esempio (Sovranità nazionale, sovranità europea. Note per reagire alla globalizzazione – Fergen 2019), scritto con Silvano Moffa, è dedicato a un tema controverso: il “vero” sovranismo, che non è quello sventolato dai giornali e da alcuni politici. Profondo studioso dei movimenti politici e culturali del Novecento, scrittore e giornalista, ha diretto i quotidiani “Secolo d’Italia” e “L’Indipendente”; ha fondato la rivista di cultura politica “Percorsi” e collaborato a decine di testate. Si è anche occupato di politica internazionale, ricoprendo cariche in organismi rappresentativi europei ed è stato consigliere di amministrazione della RAI. Ha pubblicato una ventina di saggi e quattro raccolte di poesie ma, per sua libera scelta, non è presente sui social network.

Scrivere un articolo giornalistico significa, spesso, dover trovare qualcosa che non solo possa essere interessante per il lettore, ma che abbia anche gli elementi giusti a livello di immagine (foto, video e audio) per poter diventare virale sui social: questa ulteriore problematica, a suo avviso, limita o esalta la capacità di scelta del giornalista?

La limita senz’altro. Risponde al canone che tutto è giornalismo e dunque, almeno per me, niente è giornalismo. Ormai ci si butta sulla tastiera non tanto per costruire una storia o per raccontare un evento o per formulare un’analisi, ma perché il pezzo – come si dice in gergo – sia costruito nella presentazione (titolo, foto, didascalie, sommarietti, eccetera) per attrarre il lettore. Il che è senz’altro giusto, ma la pretesa che ogni cosa che venga pubblicata debba diventare “virale” è il sintomo di una perversione della comunicazione. Ho l’impressione che si scriva sui giornali più a beneficio dei social network che della gente che vorrebbe informarsi o farsi un’opinione senza essere condizionata da suggestioni “spettacolari” che certo giornalismo tende ad amplificare facendo addirittura passare in secondo piano l’articolo stesso spesso sormontato da titoli che dicono cose diverse quando non opposte a ciò che è scritto. Il giornalista se si fa limitare da questa moda rinuncia a se stesso, alla sua professionalità e spesso perfino alle sue stesse idee. Per esempio, è invalso l’uso, affinché ciò che viene scritto sia maggiormente fruibile, tanto sulla carta stampata quanto sui siti on line, della brevità o dell’estrema sintesi dell’articolo. Trovo tragicomico una tendenza di tal genere. Credo che l’approfondimento sia il solo antidoto alla “televisizzazione” dell’informazione. La limitazione o l’espansione deve essere commisurata alle cose che si scrivono. In dieci righe può esaurirsi tutto. Ma quando ce ne vogliono molte di più è naturale che non ci si pongano limiti se non quelli imposti dal buon senso. Che poi le fotografie siano corredo indispensabile (quando sono semplificative e aggiuntive) è perfino superfluo dirlo. Ho sempre considerato il fotoreporter alla stessa stregua del giornalista, in taluni casi con qualcosa in più, per esempio il coraggio di cimentarsi disarmato ed equipaggiato soltanto di una macchina fotografica o da presa in conflitti pericolosissimi dove si rischia la vita per un nonnulla. Avevo un amico, tanto tempo fa, la cui memoria mi è cara. Con la sua morte sul campo ha scritto mille editoriali ed altrettanti reportage lasciandoci, oltre che immagini “parlanti”, anche autentici reportage senza parole, ma con molte idee ed innumerevoli emozioni. Si chiamava Almerigo Grilz.

Spesso si sente dire che Internet è il posto delle “fast-food news”, perché ormai gli utenti hanno poco tempo e leggono solo notizie brevi. Tuttavia, di recente, c’è chi si è inventato le “slow news” come alternativa a questo approccio. Lei da che parte sta?

Da nessuna parte. Rimando a quanto ho appena detto. C’è bisogno di misura. Nessuno può dire – tranne l’autore – quanto deve essere ampio il servizio che si appresta a scrivere o la lunghezza dell’analisi che propone. Ovviamente negli spazi consentiti. Il buon senso deve soccorrere. Le formule poi mi lasciano assolutamente indifferente. Prediligo tutte le forme espressive, purché garantiscano l’esaustività e la sobrietà, allo stesso tempo, che non vuol dire “strizzare” necessariamente ciò che merita di essere esposto con particolari significativi.

Come scriveva Walter Lippmann, le notizie formano una sorta di pseudo-ambiente, ma le nostre reazioni a tale ambiente non sono affatto pseudo-azioni, bensì azioni reali. È evidente che il fenomeno fake news vada ben oltre le classiche “bufale” e che prolifichi a seguito della ricerca spasmodica di “like” e di visualizzazioni. Secondo lei cosa manca ai media, e ai giornalisti più in generale, per riconquistare la credibilità perduta?

Il senso della misura. Ma con lodevoli eccezioni. Per fortuna non sono pochi colori che hanno sposato la causa dell’intelligenza nell’informare sottraendosi al “cattiverio” dei “mi piace”. È questa una cosa che mi fa orrore. Ed è fin troppo evidente che i “like”, come si dice oggi, eccitano chi intende dare un’informazione “drogata”, se non proprio basata sulle fake news, certamente incline alla dilatazione delle questioni trattate che spesso fuorviano il lettore. Non so se ai giornalisti manca qualcosa e non mi pongo neppure il problema. Quando non mi convince ciò che alcuni scrivono li abbandono senza rimpianto e risolvo il “mio” problema. Degli altri non mi curo. Noto tuttavia, a differenza dei giornalisti della mia generazione, un’approssimazione culturale (e mi astengo dal definirla altrimenti) nell’affrontare problematiche che esigerebbero un approccio diverso. Ai tempi miei si consultavano ritagli di giornali, repertori, libri, ci si consultava con chi si riteneva che ne sapesse di più: oggi basta una sbirciata ad internet e vengono fuori dati impressionanti su tutto tra i quali ognuno può scegliere ciò che gli aggrada. È uno strumento di facilitazione, ma non può essere il cuore di un reportage in pantofole o di un’analisi politica mettendo insieme dichiarazioni sciorinate alla rinfusa. E poi c’è la questione dello stile. Mi sono chiesto, al pari di tanti, perché soprattutto in Italia i giornali vendano tanto poco. La risposta è semplice: perlopiù sono scritti con approssimazione. Mi domando per quale motivo la prosa non dico elegante, ma quanto meno sintatticamente e grammaticalmente onesta non debba essere tenuta nella giusta considerazione. Perfino la suddivisione in sillabe un tempo veniva valutata nella lettura di un articolo. Oggi si attribuisce la sciatteria – quasi che fosse un pregio – alle macchine e alla fretta. Non è un modo per giustificare il brutto del giornalismo.

In Italia così come altrove, la popolarità professionale dei giornalisti (e della professione giornalistica) è ai minimi storici. Qual è, secondo lei, l’errore più grave che commettono gli operatori del settore.

Alcuni li ho elencati. Aggiungiamoci un non adeguato accesso alla professione. Reputo sbagliato non dare credito ai giovani che si propongono i cui elaborati spesso finiscono in archivio (leggi cestino). E poi dove e come attingere le notizie è una questione di metodo. Ormai sembra che le fonti siano soltanto i social network. Già quando dirigevo giornali mi arrabbiavo se il solo riferimento erano le agenzie di stampa, peraltro sempre ben scritte. Pretendevo che si andasse oltre. Magari anche ricorrendo a precedenti, facendo appello alla memoria, consultando gli archivi, telefonando a chi poteva saperne di più. Gli operatori del settore hanno creduto che il giornalismo sia stato ucciso dalla televisione e dal web e si sono acconciati secondo la loro sensibilità. Ma il giornalismo non è finito. Vi sono quotidiani, per esempio in Francia o negli Stati Uniti, che sono stati capaci di rinnovarsi mettendo in prima pagina analisi e reportage che sono veri e propri saggi, su materie nascoste che nessuna televisione tratterebbe. Stavano morendo; si sono rivitalizzati. Si parli delle grandi questioni globali, delle tendenze giovani e non, di arte, letteratura e spettacoli, di sport non solo come fatto specifico nelle sue implicazioni culturali e sociali, dei modi di vivere di popoli dimenticati a cui dare voce e si ecciti la curiosità dei lettori portandoli dentro una dimensione davvero universale. Forse il giornale con meno gossip politico e qualche pagina in meno di cronaca che potrebbe essere relegata nelle “brevi” risulterebbe più vivo.

Al di là di quello che ritiene qualche politico, ci pare evidente ormai, a livello globale, che il bipolarismo non sia più tra destra e sinistra, bensì tra élite di garantiti e popolo dei non rappresentati. A questo si aggiunge il paradosso tutto italiano di una democrazia orfana degli spazi in cui una classe dirigente possa nascere e crescere per formazione e non per cooptazione. Su quali basi e con quali strumenti (anche informativi) sarà possibile – secondo lei – costruire una nuova e autentica connessione tra popolo e classi dirigenti?

Credo profondamente nella vitalità delle idee e dunque delle ideologie. Che ad esse si dia un nome è per me del tutto indifferente. Viviamo nel tempo delle “parole senza idee” contraddicendo l’auspicio di Spengler per il quale erano molto più importanti “le idee senza parole”. Un paradosso, se vuole. Tuttavia esemplificativo dello stato dell’arte. E poi questa storia delle élite è una bufala. A ogni élite che cade se ne sostituisce un’altra: è una storia senza fine. Mi fa specie che molti la prendano in considerazione senza ricordare che la “circolazione delle élite”, appunto, di già studiata da Vilfredo Pareto oltre un secolo fa. Mi sembra un losco escamotage intellettuale per rinnovare con altre parole una lotta di classe che in senso marxista non c’è più. È naturale che i non garantiti vogliano essere garantiti, ma ciò non ha niente a che fare con le battaglie alle quali stiamo assistendo. È nella logica delle società in ogni tempo il conflitto. Che non è soltanto di carattere economico. Il nostro tempo è agitato da innumerevoli contrapposizioni. Anche violente. Delle quali non si cura nessuno. Per esempio, chi imbocca la strada che dovrebbe portare alla salvaguardia dei diritti dei popoli? Non mi viene in mente soltanto l’Amazzonia. Mi pare che tutti si disinteressino ai popoli, alle comunità, alle nazioni (non giuridicamente riconosciute) che stanno sparendo. È il mondo delle diversità che sta morendo nell’indifferenza. Non leggo storie di questo genere sui giornali che danno spazio a chi sostiene che la destra e la sinistra non esistono più.

Come accadde in passato con la televisione, oggi sono le esigenze del Web a controllare la nostra cultura e, in Internet, si vive o si muore di click, perché garantiscono potere e profitti della pubblicità. Esiste, secondo lei, un modo per superare il dualismo Google-Facebook?

Credo che una regolamentazione, anche a livello fiscale, s’imponga. E che i diritti di tutti vengano rispettati dai colossi che cita. Mi sembra un fuor d’opera che si chiudano pagine di Fb secondo convenienze politiche talmente scoperte da far immaginare davvero un Grande Fratello all’opera. E guarda caso si colpiscono quelle tendenze culturali non omologate alle logiche del neo-capitalismo liberista e del turbo-consumismo.

Grazie a Snowden sappiamo che Orwell aveva ragione e che ogni singola azione che compiamo online viene intercettata, monitorata e catalogata. Questo significa controllo, che a sua volta è un sensazionale strumento di potere aumentato dalle “censure” imposte grazie ai luoghi comuni politicamente corretti. Quanto di questo “totalitarismo tecnologico”, ritiene che sia oggettivamente colpa di chi dovrebbe informare correttamente, ovvero dei giornalisti?

La colpa è degli utenti che si fanno manipolare. Naturalmente sopra di loro ci sono i manipolatori che hanno raggiunto ragguardevoli livelli di controllo sulle attività delle diverse comunità in tutto il mondo. Impossessandosi dei nostri dati più intimi e sensibili, dai gusti alimentari alle preferenze culturali e sessuali, siamo finiti tutti in una rete gigantesca che nessun governo riuscirà mai a controllare. Grazie a questa gigantesca operazione illiberale è nato e prospera il neo-comunismo tecnologico guidato da miliardari che sulle nostre elementari pulsioni prosperano condizionando la politica che ha assunto un ruolo ancillare e del tutto irrilevante. Sì, è il nuovo totalitarismo.

Una delle suggestioni più frequenti tra gli addetti alla informazione è quella “robot journalism”, una definizione che viene associata all’uso di software in grado di realizzare testi di senso compiuto senza l’intervento dell’uomo. In prospettiva, lo vede più come un’opportunità o una minaccia?

No, non è una minaccia. È molto di più. È una guerra perduta. Quando si sarà compiutamente realizzato l’umanità potrà dirsi piegata e assoggettata totalmente. Ma la domanda è un’altra. Dov’è la politica, a livello planetario, intendo, in questo frangente. Sente qualcuno dire qualcosa in proposito? Chi se ne occupa? L’indifferentismo culturale, l’omologazione del pensiero, la produzione continua ed incessante di stereotipi ha prodotto la società neutra, che supera di gran lunga la società degli eguali che ritenevamo l’approdo del neo-illuminismo.

Secondo lei esiste una anche remota possibilità che il giornalismo – inteso come istituzione -possa scomparire per essere sostituito da un nuovo modo di trasmettere la conoscenza alle persone magari in maniera “meccanica”, o comunque con la definitiva affermazione del principio di induzione che attualmente gli algoritmi utilizzano per “selezionare” le notizie al posto nostro?

Potrà essere chiamato in un altro modo, grazie alle aggressive tecnologie che sfornano quotidianamente prodotti che possono soddisfare le masse, ma non credo che l’informazione, ancorché distorta conoscerà la fine che in tanti pronosticano. Dai tamburi africani che trasmettevano notizie da un villaggio all’altro fino a coinvolgere tutto il vasto Continente, ai tempi dell’Impero mandingo (di cui abbiamo notizia) ad oggi le forme di giornalismo sono cambiate, ma non sono morte. No, non credo che accadrà quel che lei ipotizza. Ricorda? Qualche anno fa si immaginava la fine del New York Times, e ci venne scritto un suggestivo libro sull’evento. Ora la prestigiosa testata americana è più viva che mai: ha saputo integrare le tecnologie, rinnovare i contenuti, immaginare lettori da conquistare. Ed è riuscita nell’intento non di sopravvivere, ma di vivere una vita nuova.

Secondo lei come leggeremo le notizie tra 5 anni?

Con lo stesso spirito con cui le leggiamo oggi. Mi preoccupa piuttosto come saranno scritte. E che giornalismo avremo. Notoriamente sono pessimista. E già oggi, dopo un po’, sempre più frequentemente abbandono i giornali a metà e mi tuffo nella letteratura. Snob? Perché no. Un mondo come un altro per tentare di sopravvivere.

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