Vitalba Azzollini: «Regole o il pluralismo soccomberà agli algoritmi»

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Laureata in giurisprudenza alla LUISS, Vitalba Azzollini è funzionaria di un’ autorità di vigilanza, nonché autrice per l’Istituto Bruno Leoni e per alcune testate, tra cui: La Voce, Linkiesta e Phastidio, per le quali scrive articoli che, pur trattando argomenti tutt’altro che semplici, hanno sempre la capacità (e il merito) di fare opinione in Rete contribuendo, così, ad allargare a un pubblico sempre più vasto la discussione su temi che altrimenti difficilmente diventerebbero virali. Una dote naturale, la sua capacità espositiva, che va necessariamente di pari passo con una grande competenza sui temi trattati, altra conditio sine qua non per acquisire una qualità che i media tradizionali sembrano aver perduto: l’autorevolezza.

Ormai, scrivere un articolo giornalistico significa, spesso, dover trovare qualcosa che non solo possa essere interessante per il lettore, ma che abbia anche gli elementi giusti a livello di immagine (foto, video e audio) per poter diventare virale sui social: questo, a suo avviso, limita o esalta la capacità di scelta del giornalista?

Le forme di diffusione degli articoli devono tendere all’obiettivo più importante: far sì che le persone siano sempre più informate. Perché ciò si realizzi, serve che gli articoli siano quanto più letti. Pertanto, le immagini che attraggono lettori e, al contempo, assecondano il senso dello scritto – agevolandone in qualche modo la comprensione – possono rappresentare il modo di completarlo su un altro piano di percezione, quello visivo, che è anche il più immediato. Quindi, la scelta di ciò che accompagna l’articolo deve essere oltremodo accurata, per conformarsi armonicamente ai contenuti e riuscire a valorizzarli.

Spesso si sente dire che Internet è il posto delle “fast-food news”, perché ormai gli utenti hanno poco tempo e leggono solo notizie brevi. Tuttavia, di recente, c’è chi si è inventato le “slow news” come alternativa a questo approccio. Lei da che parte sta?

Sto da entrambe le parti, l’informazione prima di tutto, che sia fast o slow! Da un lato, perché gli utenti dei due tipi di notizie possono essere diversi e debbono essere soddisfatti nelle loro diverse esigenze di informarsi. Dall’altro lato, perché lo stesso utente può trovarsi in situazioni differenti, a seconda delle quali ha bisogno di conoscere velocemente notizie, che gli diano una rapida idea di quanto sta accadendo, oppure di approfondire particolari temi, quando ha più tempo per poterlo fare. Come per il cibo, così per le notizie: fast o slow, a seconda dei gusti o delle circostanze. Quindi, ben vengano entrambe le modalità di informarsi ed essere informati.

Come scriveva Walter Lippmann, le notizie formano una sorta di pseudo-ambiente, ma le nostre reazioni a tale ambiente non sono affatto pseudo-azioni, bensì azioni reali. È evidente che il fenomeno fake news vada ben oltre le classiche “bufale” e che prolifichi a seguito della ricerca spasmodica di “like” e di visualizzazioni. Secondo lei cosa manca ai media, e ai giornalisti più in generale, per riconquistare la credibilità perduta?

Bisogna partire da un presupposto: gli individui estranei alle tifoserie politiche – gli appartenenti ad esse cercano solo informazioni che confermino ciò in cui già credono – vogliono potersi fidare di giornalisti che dimostrino di essere affidabili. Ebbene, il giornalista, quando fornisce informazioni su ambiti specifici, potrebbe fondare i propri scritti su citazioni di fonti di “rango superiore”, al fine di renderli più solidi, avendo sempre cura di distinguere le opinioni dai fatti e da altre evidenze. Qualora, poi, per affrontare certi temi sia necessaria una competenza particolare che egli non possiede – per quanto bravo, è impossibile conosca tutto lo scibile umano – potrebbe accompagnare il proprio articolo con domande a esperti, così da dare ad esso una maggiore tenuta ed eventualmente smontare con maggiore forza eventuali “bufale”.

Come detto, in Italia così come altrove, la popolarità professionale dei giornalisti (e della professione giornalistica) è ai minimi storici. Qual è, secondo lei, l’errore più grave che commettono gli operatori del settore?

La risposta si trova in parte al punto precedente. Il giornalista che riporta le dichiarazioni del politico di turno, talora non ha la competenza sufficiente per poterne cogliere eventuali lacune e contraddizioni nelle specifiche materie. In questi casi, sarebbe meglio pubblicare anche il parere di esperti sul tema che l’esponente politico ha trattato, al fine di evidenziare ciò che eventualmente non torna. Al di là di questo, il giornalista che voglia offrire un buon lavoro, quando si trovi a intervistare il politico di turno, dovrebbe fare una cosa essenziale, praticata all’estero e poco in Italia: porre anche domande scomode, non concedendo vie d’uscita all’interlocutore, ma pretendendo risposte ben precise; continuare a ripetere la medesima domanda più e più volte, se il politico prova a svicolare o fornisce risposte elusive; infine, se la risposta specifica non arriva, dare la massima evidenza al fatto che il politico non sa o non può rispondere. Se si permette a quest’ultimo di replicare nella direzione che preferisce, e non in quella richiesta dall’intervistatore, l’intervista si trasforma in uno spot a favore dell’intervistato e il giornalista commette un errore che dovrebbe sempre essere evitato.

Al di là di quello che ritiene qualche politico ci pare evidente ormai, a livello globale, che il bipolarismo non sia più tra destra e sinistra, bensì tra élite di garantiti e popolo dei non rappresentati. A questo si aggiunge il paradosso tutto italiano di una democrazia orfana degli spazi in cui una classe dirigente possa nascere e crescere per formazione e non per cooptazione. Su quali basi e con quali strumenti (anche informativi) sarà possibile – secondo lei – costruire una nuova e autentica connessione tra popolo e classi dirigenti?

Questa è una domanda che richiede una risposta articolata su più livelli. Da un lato, servirebbe ricostituire il concetto di merito – antitetico ai legami relazionali – mediante selezioni trasparenti di chi occupa posizioni chiave e criteri di selezione definiti ex ante e usati ex post per verificare la bontà della valutazione: ciò renderebbe sindacabili le decisioni anche dalla gente comune, ripristinando la “connessione” che ora manca. Dall’altro lato, occorrerebbe rimettere in moto quell’ascensore sociale che in passato ha consentito anche a chi apparteneva al popolo di diventare classe dirigente: anche questo agevolerebbe la “connessione”. Infine, alcune scelte dei decisori, quelle più immediatamente vicine alla vita della gente, necessiterebbero di consultazioni pubbliche, nelle quali gli interessati possano esprimere la propria opinione. Ciò permetterebbe alle classi dirigenti di essere meglio informate sulle istanze del popolo e a quest’ultimo di far emergere i propri bisogni: le due categorie potrebbero così riappacificarsi. Al giornalismo competerebbe il compito di valorizzare le dinamiche che ho rilevato, in modo da renderle evidenti a chi legge.

Come accadde in passato con la televisione, oggi sono le esigenze del Web a controllare la nostra cultura e, in Internet, si vive o si muore di click, perché garantiscono potere e profitti della pubblicità. Esiste, secondo lei, un modo per superare il dualismo Google-Facebook?

Le piattaforme e le aziende di social media più importanti hanno acquisito un potere enorme nel controllare ogni singola azione che gli utenti compiono quando raccolgono o trasmettono dati e notizie, e monetizzano il tutto. Il rischio è che il pluralismo informativo possa risultarne depotenziato, sostituito da algoritmi che orientino minuziosamente l’informazione. Le normative antitrust devono sempre più tenere conto di questi meccanismi e intervenire su eventuali anomalie, tutelando il funzionamento del mercato, nonché la concorrenza non solo tra i titolari di piattaforme e social media, ma tra gli operatori dell’informazione. Un ambiente ben regolamentato può far sì che tutti traggano beneficio dalla competizione: se più aziende tecnologiche progettano e utilizzano sistemi per la distribuzione di notizie, ciò può giovare sia a chi produce informazione sia a chi ne fruisce.

Grazie a Snowden sappiamo che Orwell aveva ragione e che ogni singola azione che compiamo online viene intercettata, monitorata e catalogata. Questo significa controllo, che a sua volta è un sensazionale strumento di potere aumentato dalle “censure” imposte grazie ai luoghi comuni politicamente corretti. Quanto di questo “totalitarismo tecnologico”, ritiene che sia oggettivamente colpa di chi dovrebbe informare correttamente, ovvero dei giornalisti?

Credo che i giornalisti siano equiparabili a qualunque utente del web, cioè dei semplici ingranaggi di un meccanismo ben più ampio: nessuno può controllare molto, salvo alcuni accorgimenti minimali. Sono gli editori ad essere collegati a piattaforme e ad aziende di social media, cui talora affidano la distribuzione dei propri prodotti, con le conseguenze che lei evidenziava. Gli editori dovrebbero forse pensare alla creazione di canali alternativi, che però richiedono risorse e investimenti, oggi carenti. I prossimi anni saranno essenziali per comprendere come evolverà la diffusione dell’informazione e, quindi, se quel “totalitarismo” potrà essere, in qualche modo, eroso.

Una delle suggestioni più frequenti tra gli addetti alla informazione è quella “robot journalism”, una definizione che viene associata all’uso di software in grado di realizzare testi di senso compiuto senza l’intervento dell’uomo. In prospettiva, lo vede più come un’opportunità o una minaccia?

La vedo come una non-informazione o, meglio, come una informazione “meccanica”, non mediata dalla ragione e dalla sensibilità di chi tiene la penna in mano. In altri termini, il giornalista filtra ciò che scrive con la propria individualità – cultura, logica, vissuto e molto altro – anche quando si limita a riportare una notizia. Questo elemento, che talora sfugge, è il valore aggiunto del giornalismo. Sarebbe una perdita per tutti farne a meno mediante forme di giornalismo non “umano”.

Secondo lei esiste una anche remota possibilità che il giornalismo – inteso come istituzione – possa scomparire per essere sostituito da un nuovo modo di trasmettere la conoscenza alle persone magari in maniera “meccanica”, o comunque con la definitiva affermazione del principio di induzione che attualmente gli algoritmi utilizzano per “selezionare” le notizie al posto nostro?

Non penso che il giornalismo possa scomparire, perché abbiamo bisogno di esercitare le nostre capacità decisionali nello scegliere non solo i temi su cui vogliamo essere informati, ma anche i professionisti i cui commenti desideriamo leggere, perché li reputiamo capaci, credibili, affidabili. In altri termini, il filtro umano è irrinunciabile, sia nel fornire le notizie che nel selezionarle ed apprenderne i contenuti. Tuttavia – l’ho accennato in precedenza – è necessario disporre di regole che, così come sanciscono il pluralismo dell’informazione, facciano in modo che social e piattaforme siano, se non “democratiche” nella scelta delle notizie da divulgare, almeno trasparenti nell’uso degli algoritmi, cioè dei criteri di selezione delle notizie stesse.

Come leggeremo le notizie tra 5 anni?

Le leggeremo sempre più avvalendoci di canali tecnologici – quelli già in uso ed altri ancora – ma nel riportare informazioni e nell’apprenderle resteremo “umani”, in molti sensi.

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