Il lascito di Martin Luther King va ben oltre il “sogno”

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Il 28 agosto del 1963, viene ricordato per il famoso “I have a dream” pronunciato da Martin Luther King a Washington D.C. In realtà, questo giorno, contiene molto di più.

Durante la presidenza di John Fitzgerald Kennedy, a differenza di ciò che sarebbe accaduto con la vittoria di Nixon, il tema dei diritti civili degli afroamericani fu al centro del dibattito politico. Dopo la morte di JFK fu Lyndon Johnson a continuare la stessa politica, per omaggiare il suo predecessore, come lui stesso ammise in più occasioni.

La marcia su Washington per la libertà e per il lavoro ebbe due grandi meriti: l’aver favorito l’approvazione del Civil Rights Act e l’aver preceduto le marce di Selma a Montgomery, che portarono al Voting Rights Act.

La spaccatura nel Paese il giorno della marcia era cosa nota: da un lato il nord progressista, dall’altro il sud conservatore, schiavista, capeggiato dall’allora Governatore dell’Alabama George Wallace. D’altronde, è da allora che il voto si è polarizzato, consegnando il sud degli Stati Uniti ai repubblicani. Il giorno della marcia, era ancora in vigore la segregazione razziale, prevista dalle leggi Jim Crow.

In questo contesto, un ruolo strategico e di forte opposizione alle lotte degli afroamericani fu giocato da John Edgar Hoover, per trentasette anni alla guida dell’FBI. L’operazione fu denominata COINTELPRO, acronimo di Counter Intelligence Program. Questo programma di infiltrazione e controspionaggio, in parte illegale, fu ordinato da Hoover nel 1956 e terminò nel 1971. Tra le organizzazioni sospette, oltre al movimento del dottor King e simili (Pantere Nere su tutti), vi erano organizzazioni femministe, il partito comunista americano, gli oppositori alla guerra del Vietnam, animalisti e ambientalisti, una serie di organizzazioni facenti capo alla New Left, l’American Indian Moviment e, infine, il Ku Klux Klan.

La finalità del programma era quella di “screditare, smantellare, fuorviare o altrimenti neutralizzare” questi gruppi, perché ritenuti sovversivi. Le tecniche utilizzare dal Bureau furono cinque: infiltrazioni, guerriglia psicologica, persecuzione per vie legali, condizionamento negativo dell’opinione pubblica e ricorso illegale alla forza. Il diktat di Hoover fu chiaro: assicurarsi che tali gruppi non aumentassero i consensi tramite azioni unitarie. Non a caso, uno dei metodi maggiormente utilizzati dagli agenti fu quello del “divide et impera”, consentendo la creazione di sospetti reciproci.

Dai documenti desecretati, risulta, infatti che l’FBI ricorse a tecniche volte “a dividere le spinte pacifiste, incoraggiando le accuse di simpatie comuniste e sostenendo il ricorso al confronto violento come alternativa alle pacifiche dimostrazioni di massa”.

Infine, occorre annoverare un’ultima tecnica utilizzata personalmente da Hoover: le intercettazioni ambientali e telefoniche, nei confronti di chiunque fosse in contatto con sospetti, compresi personaggi politici e, secondo taluni, anche nei confronti di presidenti in carica. Dopo la morte di Hoover, l’FBI affermò di non avere alcuna intenzione di intraprendere operazioni come la COINTELPRO, anche se, secondo molti movimenti, ancora oggi l’FBI utilizza tecniche ispirate a quella operazione.

Tornando al 28 agosto 1963, sul palco, i The Big Ten – “i grandi dieci” oratori della giornata, inclusi i Big Six – tennero discorsi memorabili, forti. Ancora oggi, l’unico fra loro ad essere rimasto in vita, ricorda esattamente tutto. John Lewis, rappresentante del 1987 in seno alla Camera per il quinto distretto della Georgia, ogni 28 agosto mostra la stessa foto, ricordando di essere stato il sesto a parlare e spiegando che “forse potremmo non aver scelto il tempo, ma il tempo ha scelto noi”.

Secondo la polizia furono in 200 mila a partecipare, secondo gli organizzatori oltre 300 mila, di cui l’80%  afroamericano. Ponendo come punto di incontro fra le due stime la metà dello scarto fra le stesse, 250 mila persone resta, tutt’oggi, un numero estremamente alto per una manifestazione politica, come puntualmente il Washington Post ricorda ogni anno.

Il raduno era fissato al Washington Monument e finì al Lincoln Memorial. L’ultimo a parlare, come è noto, fu Martin Luther King. Il suo discorso da visionario, sognatore, è il simbolo di questa giornata, della lotta contro la discriminazione razziale, ma non è l’unica cosa che va ricordata, come spesso avviene. Di quel giorno, ad esempio, in pochi ricordano l’incontro fra gli oratori e il presidente Kennedy, che accolse King con le stesse parole pronunciate dal pastore pochi minuti prima: “i have a dream”.

Il successo della marcia fu straordinario, ma non definitivo. Il rischio di un fallimento, specialmente dopo la morte di Kennedy era molto alto, quasi fatale. Come disse Churchill, però, “ciò che conta è il coraggio di andare avanti”. Ciò che i movimenti ottennero, negli anni seguenti, è cosa nota. E se Barack Obama viene criticato perché non ha fatto abbastanza per cancellare le disparità economiche razziali, non si può chiudere un occhio davanti alle quotidiane ricadute: dalle persecuzioni che i neri ancora subiscono, agli omicidi che macchiano la bandiera maggiormente intrisa di sangue della storia dell’umanità.

Perché limitarsi, oggi, a ricordare le belle parole di Martin Luther King, sarebbe un errore. Oggi, invece, ricordiamo le idee, le azioni, le lotte, i diritti civili conquistati al prezzo della vita, la storia che ci hanno lasciato coloro che per le generazioni future hanno immaginato esattamente quel mondo che oggi abbiamo davanti a noi ma che non sappiamo vedere, perché siamo senza passato e senza memoria.

Perché se oggi è difficile credere che le idee possono diventare azioni, basterebbe aprire un libro e capire che è proprio per le cause che sembrano perse che vale la pena combattere. Oggi, dunque, ricordiamo ciò per cui vale la pena lottare: la libertà; perché, come disse qualcuno “il grado di libertà di un uomo si misura dall’intensità dei suoi sogni”.

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