Amazzonia (3): il movente politico-economico della falsa informazione

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Per fortuna è arrivato anche Luca Parmitano, l’astronauta italiano in orbita sulla stazione spaziale internazionale, a “spiegarci bene” (con 4 foto) cosa succede in Amazzonia. Così l’AGI (e tutti i telegiornali, Tg7 in testa) ci hanno “spiegato bene” che «Si vedono chiaramente decine di roghi sparsi per la foresta e il fumo che si alza e si estende per migliaia di chilometri». Ma va? E negli anni passati gli astronauti non hanno mai visto niente? Visto che questi incendi (come dimostrato ieri) sono purtroppo regolari, ciclici e spesso anche più gravi?
Ma, si sa, l’importante è unirsi al coro, alzare la voce quando l’alzano tutti e tacere quando tacciono tutti. Poi, in sovrappiù, l’AGI non perde l’occasione per ricordarci il surriscaldamento della terra e quindi “l’urgenza” di intervenire. Quindi Greta “scalda” i motori e, appena riprendono le scuole, riprenderà anche la rivoluzione di chi marina la scuola il venerdì.

Tutto questo balletto “politicamente corretto” sarebbe molto ridicolo se non fosse maledettamente drammatico, proviamo quindi a riprendere seriamente il bandolo della matassa e a interrogarci sui motivi reali dei roghi in Amazzonia.

Le foto di Parmitano, esattamente come le mappe da noi pubblicate, dimostrano che i roghi sono centinaia, a volte anche molto piccoli (non per questo meno dannosi), sparsi su un’area immensa che comprende almeno 5 Nazioni e non solo il Brasile. Quali le origini?

Come spesso accade più di una. Iniziamo con il dire che la possibilità di autocombustione (fulmini) è praticamente nulla, quindi le centinaia di roghi sono dolosi o, al massimo, accidentali. Questi ultimi li liquidiamo subito, però nelle rilevazioni aeree (e in quelle delle emissioni ci CO2 di cui abbiamo parlato ieri) figurano anche i campi coltivati in cui vengono bruciate le stoppie: sembra poco ma non lo è. Spesso, però, questi campi confinano con le foreste e il rischio che il vento cambi portando le fiamme agli alberi è sempre altissimo e questo sarebbe responsabilità degli agricoltori.

Grave sarebbe se questi incendi portassero ad ampliare le aree su cui coltivare. Ma, come ci ha spiegato il nostro corrispondente da San Paolo, le leggi Brasiliane in materia sono severissime: «il Brasile ha un codice forestale molto avanzato e la protezione della natura non è presa sottogamba né dal legislatore né dagli esecutivi. Paradossalmente si prendono meno anni di prigione ad ammazzare un ragazzino che a uccidere un animale selvatico o ad abbattere un albero (anche se di vostra proprietà) senza le dovute autorizzazioni».

Passiamo ora al dolo. Come sappiamo, secondo i media di mezzo mondo, con in testa il nostro solerte Corriere della sera (sul quale l’effimero Granelli arriva a paragonarlo addirittura a Nerone…) tutta la colpa è di Bolsonaro. Questo è il vero obiettivo. Solo questo ha scatenato la stampa, gli ambientalisti, il papa e compagnia bella: Jair Bolsonaro, il presidente “sovranista” amico di Salvini, andava demonizzato.

Nessuno, ovviamente, ha fatto notare che, durante l’anno record per gli incendi in Amazzonia (il 2010), il presidente era il “buon comunista” Ignacio Lula.

Messo alle strette, Bolsonaro ha accusato le Ong ambientaliste di aver appiccato incendi “in favore di telecamera”, dopo la decisione del governo di tagliare loro i fondi. Qualche cosa che ricorda molto da vicino quanto accaduto da noi sulla questione migranti (vedi articoli sull’argomento). Ancora di più ricorda quanto avvenuto per anni in Calabria (e non solo) quando ad appiccare gli incendi erano proprio quelli che, poi, dovevano essere assunti per spegnerli.

A loro volta, gli ambientalisti di tutto il mondo hanno immediatamente respinto le accuse girandole nel campo sia dei taglialegna (a loro dire Bolsonaro ha incentivato i disboscamenti) sia degli agricoltori. Il buon senso dovrebbe portare a scartare l’idea che i taglialegna brucino gli alberi che, invece, dovrebbero tagliare e rivendere… Eppure in molti siti ambientalisti e, ovviamente, in “documentati” articoli dei grandi media (vedi La Stampa) si mettono anche loro nel calderone.

Più facile allora che, tra i responsabili, ci siano, invece, i “Guardiani dell’Amazzonia”, gruppo di “autodifesa ambientalista” costituito da uomini della tribù dei Guajajara che vivono nello Stato brasiliano del Maranhão e che hanno deciso di attaccare i taglialegna dando fuoco ai loro camion e alle loro attrezzature. Poi le fiamme chi li spegne?

Fin qui, anche noi, abbiamo parlato solo del Brasile e di Bolsonaro. Però, se il dito mondialista indica in quella direzione forse è perché non si deve guardare… Morales e la Bolivia.
Il socialista Evo Morales, autoproclamatosi capo di un “governo indigeno”, ovviamente carissimo amico di papa Francesco, ha – lui sì – legalizzato gli incendi delle zone amazzoniche di Santa Cruz e Benì per favorire lo “sviluppo agricolo”. Si tratta proprio delle regioni da cui sono partite le fiamme due settimane fa. L’espansione delle coltivazioni illegali di coca in Bolivia ha portato a distruggere quasi totalmente il “Territorio Indigeno e il Parco Nazionale Isiboro-Sicuro”, un’area protetta di 1.236.296 ettari. Ma di questo nessuno parla.

Mentre i veri democratici vogliono bruciare il “fascista” Bolsonero, nessuno guarda al Venezuela del comunista Maduro, che accoglie un’area amazzonica equivalente al 10,76% di quella brasiliana. Solo qui, quest’anno, sono stati superati i 26.000 incendi, ovvero il 34,53% di quelli registrati nel vicino Brasile. Perché non se ne parla? Forse perché qui la deforestazione serve ad aprire nuove miniere d’oro?

Silenzio anche sul Paraguay dove gli incendi hanno bruciato oltre 350.000 ettari in una zona vicino al confine con la Bolivia. Si tratta di uno dei Paesi sudamericani con più alto tasso di deforestazione: si parla di 44.000 chilometri quadrati nell’ovest del Paese “liberati” per fare spazio al bestiame.

Droga, oro, allevamento. Bolivia, Venezuela, Paraguay… ma l’unico problema per Macron, per il G7, per i cortei arcobaleno, per il Vaticano e per il coro acritico dei media è solo il Brasile con il suo odiatissimo presidente, Jair Bolsonaro.

Se questa è informazione?

Una delle tante manifestazioni “ambientaliste” contro il presidente brasiliano Bolsonaro: mai una contro Maduro (Venezuela) o Morales (Bolivia)… Perché

 

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