Amazzonia (2): documentarsi prima di urlare

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Finalmente, domenica scorsa, anche il Papa si è unito al coro mondialista di orrore, sdegno e “condanna” per i roghi in Amazzonia. Ci mancava. Così la catena delle reazioni impulsive, imprudenti e irrazionali si è completata, secondo un cliché ormai conosciuto e collaudato. Partono le Ong o le Associazioni (ambientalisti, animalisti o pietisti vari, a seconda dei casi), rispondono in coro i giornali e le Tv schierate di mezzo mondo. Se l’oggetto della denuncia o del pianto è un “reazionario”, un sovranista, un populista o, comunque, uno che non piace ai sedicenti democratici, allora il coro si leva altissimo. Diventa rombo di tuono, ripreso per forza di cose dalla propaganda dei leader dem di mezzo mondo, con Macron in testa (in mancanza di Obama). Infine, l’eco rimbomba nelle sale del Vaticano… Qui c’è un pontefice che, da settimane, sta incentrando la sua catechesi sulla condanna immotivata dei populismi e dei sovranisti nel mondo: dall’ungherese Orban, all’indiano Modi, dall’italiano Salvini al… brasiliano Bolsonaro. Quale miglior occasione, quindi, per tuonare dalla loggia di San Pietro che questa storia degli incendi?

Non sta certo a noi ricordare a Sua Santità che la prima cosa che da lui ci si attenderebbe sarebbe una preghiera, una novena, un rosario, una processione… qualsiasi cosa che invochi l’aiuto di Dio nella salvaguardia del Creato… Fatto sta che, forse, almeno lui potrebbe evitare di rispondere al “riflesso pavloviano” dei media mondialisti ed essere meglio informato.

Ricordando la premessa già fatta ieri (repetita iuvant, quando poi si passa ai social) che non è nostra intenzione difendere inquinatori, disboscatori o speculatori che inquinano e distruggono, anzi. Vogliamo solo provare a raccogliere un po’ di fonti per capire meglio cosa sta accadendo in Amazzonia di così “catastrofico” ed eventualmente cercare di capire chi e perché “gioca” così con i sentimenti e le paure dell’umanità.

Ieri abbiamo riportato una testimonianza diretta dal Brasile… cosa che i grandi giornali, in genere, non fanno mai, limitandosi ai resoconti delle manifestazioni politiche anti-Bolsonaro. Oggi partiamo dalle analisi della NASA. L’agenzia spaziale statunitense rileva sul Sud America un aumento (rispetto alle medie annuali) degli incendi negli stati di Amazonas e Rondonia, ma una diminuzione in quelli del Mato Grosso e di Parà. Come già evidenziato ieri, quindi, tanto per incominciare, gran parte degli incendi non sono in territorio brasiliano.

Situazione degli incendi in Sud America rilevata il 21 agosto, alla vigilia del G7. (fonte Copernicus)

Secondo i dati dell’Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais (INPE) aggiornati al 23 agosto, nella macro-regione amazzonica c’erano stati 56.065 incendi, il 110% in più rispetto al 2018. Ma non è un record: nel 2010, per esempio, furono di più (79.577). Se si guarda a tutto il Brasile si vede che gli incendi contati sono 76.720, con un aumento dell’85% rispetto al 2018 ma, anche in questo caso, nel 2010 furono di più: circa 111.000.

La situazione degli incendi è monitorata costantemente dal Programma Queimadas (fuoco in portoghese) che rileva come il confronto con il 2018 sia “drogato”, perché si è trattato di un anno particolarmente positivo (il migliore del decennio). Guardando ai dati degli ultimi vent’anni si vede, invece, che c’è sempre una oscillazione. Tra il 1998 e il 2001 gli incendi furono pochi (35.000), poi ci sono stati quattro anni con moltissimi incendi (106.000), poi un anno con pochi, uno con tanti e due anni con pochi. Poi, nel 2010 ci furono moltissimi incendi (111.000, come detto) e, infine, nei successivi sette anni sono rientrati in un valore medio (54.000). Nel complesso, quindi, il valore di quest’anno è alto, ma non straordinario.

Calcolo degli incendi in base all’emissione di CO2 per il mese di agosto nella regione dell’Amazzonia legale (fonte Copernicus).

Passiamo ora a Copernicus, il sistema di monitoraggio satellitare dell’Unione Europea. il sito pubblica una mappa degli incendi e un calcolo della loro intensità in base alle emissioni di CO2. La serie storica ventennale (che pubblichiamo) conferma quanto già detto: il 2019 (ad agosto) è ancora inferiore rispetto agli anni dal 2003-2005, poi si rileva un picco nel 2010 e quindi un calo. Nel 2019 si rileva un aumento di emissioni rispetto agli anni immediatamente precedenti (anche qui, solo di poco superiori rispetto al 2016) ma non al livello dei primi anni 2000.

Un approccio più prudente, sarebbe stato necessario, come afferma su Twitter un ricercatore di Copernicus, Mark Parrington: «è troppo presto per dire se quest’anno è stato straordinario in termini di incendi nell’Amazzonia perché il picco delle emissioni solitamente è a settembre».

Infine, per gli scettici che potrebbero accusarci di usare solo fonti “non allarmiste” per sminuire la realtà, vogliamo citare una fonte “mainstram”, con tanto di titolo catastrofista. Si tratta di un lungo articolo della BBC che, appunto, parte in quarta con l’allarme (sempre utile comunque), poi però riporta, in buona sostanza, gli stessi dati che vi abbiamo fornito.

Quindi, se gli incendi in Amazzonia non sono a un livello record (pur rimanendo un grave problema che non va sottovalutato) perché questo improvviso catastrofismo (alla vigilia del G7)? Perché gli attacchi concentrici contro il presidente Bolsonaro, in carica da meno di un anno? Perché questa isterica volontà di seminare terrore?

La risposta non è solo politica. In ballo ci sono interessi enormi di cui parleremo domani.

(2- Continua)

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