Che brutta estate per Mark Zuckerberg

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Il fondatore di Facebook si ritrova ad andare in vacanza con due grossi grattacapi, entrambi provenienti dall’Italia: una sentenza contro la disattivazione senza contraddittorio dei profili del social, e una class action per uso improprio dei dati a insaputa degli utenti.
La prima è stata emessa dal tribunale di Pordenone.

I giudici hanno stabilito che il social non può più disattivare profili sulla base di violazioni solo presunte e, soprattutto, senza prima aver dato l’opportunità all’utente di poter presentare la sua difesa. In più, hanno decretato una penale per ogni giorno di ritardo nella riattivazione dell’account immotivatamente disattivato.

La vicenda riguardava una causa civile intentata contro il social da parte di un uomo che si era visto bloccare il profilo, e la pagina da lui gestita, per “violazione dei termini della community”. Questo in quanto aveva pubblicando un video di highlights di tennis coperti da copyright. Appena avvertito del presunto illecito, l’utente avrebbe tolto il video dalla pagina ma invano, visto che ormai gli era stato tolto l’accesso.

Inibendo l’accesso all’utente e rimuovendo la pagina da lui gestita, scrivono i giudici, Facebook ha violato «non solo le regole contrattuali, ma anche il diritto di libera espressione del pensiero». In più, l’ha fatto «senza consentire all’uomo di giustificarsi, adottando un rimedio del tutto sproporzionato rispetto agli addebiti mossi, finendo così non solo per violare le norme contrattuali, ma anche violando i diritti costituzionalmente garantiti al ricorrente», ovvero quelli alla difesa.

La seconda botta per Mark viene da Milano, dove ha sede Altroconsumo. L’associazione di consumatori, assieme alle sue equivalenti belghe, spagnole e portoghesi, ha deciso di avviare una class action contro Facebook. L’associazione sostiene che il social ha violato il Codice del Consumo “attuando pratiche commerciali scorrette e aggressive nei confronti degli utenti”.

«All’atto di iscrizione – ci spiega Marco Pierani, direttore delle relazioni con i media di Euroconsumer (che riunisce diverse associazioni di consumatori europee) – il social non fa alcuna chiarezza su quali dati saranno raccolti, quali saranno condivisi con parti terze e per quali finalitàinformative o commerciali». La raccolta e l’utilizzo dei dati avvengono in modo automatico senza che i consumatori ne siano consapevoli: il sistema, infatti, prevede una casella già spuntata che dà il consenso alla cessione e all’utilizzo dei dati. Se l’utente la deseleziona, avrà delle limitazioni sull’uso della piattaforma.

«Il risultato è che l’utente medio di Facebook è all’oscuro delle norme sulla Data protection. Quindi, contribuisce notevolmente con i propri dati ai profitti di Facebook, ma non ne trae alcun vantaggio».

Attualmente il contratto è ancora più sbilanciato, continua Pierani. «Se nei primi anni l’utente scambiava spontaneamente i propri dati con una serie di servizi innovativi presenti sulla singola piattaforma, ora le tecnologie di Facebook per carpire maggiori informazioni circa le nostre abitudini e preferenze sono aumentate in modo esponenziale, senza che però sia cresciuto il servizio ottenuto dall’utente».

A “incoraggiare” la class action, oltre al caso di Cambridge Analityca, è stata la decisione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato di multare il social per 10 milioni di euro. Nella prima sanzione in Europa contro la scarsa trasparenza, veniva messo nero su bianco che l’uso dei dati degli iscritti al social, e il conseguente sfruttamento economico, era stato fatto senza adeguata informazione e consenso.

Adesso, la class action, cui possono aderire tutti gli iscritti a Facebook (quasi 100 mila i partecipanti finora) si pone un duplice obiettivo. Primo: ottenere che i consumatori europei vengano correttamente informati sull’uso che viene fatto dei loro dati e che possano scegliere in qualsiasi momento quali di questi condividere. Secondo, che vengano risarciti per gli anni passati.

285 euro per ogni anno di iscrizione al social e per ogni utente: questa la cifra del risarcimento richiesta, che somma il valore economico dei dati degli utenti e i danni morali subiti.

«Il nostro obiettivo non è far chiudere Facebook – conclude Pierani – ma neanche accontentarci di una semplice multa. Giàin passato il social ha pagato senza troppo soffrire le multe, senza poi cambiare la propria politica. Quello che ci interessa è riequilibrare la situazione e obbligare Zuckerberg a modificare i comportamenti della sua società per il futuro».
Zuck dovrà pensarci su bene durante questa difficile estate.

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