Derrick de Kerckhove: «Saranno le notizie a leggere noi»

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Derrick de Kerckhove (Wanze, 30 maggio 1944) è un sociologo e giornalista belga naturalizzato canadese. Sociologo, giornalista e direttore scientifico di Media Duemila. Ha diretto dal 1983 al 2008 il McLuhan Program in Culture & Technology dell’Università di Toronto. È autore di La pelle della cultura e dell’intelligenza connessa (The Skin of Culture and Connected Intelligence) e Professore Universitario nel Dipartimento di lingua francese all’Università di Toronto. Già docente presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, dove è stato titolare degli insegnamenti di Sociologia della cultura digitale e di Marketing e nuovi media. È supervisor di ricerca presso il PhD Planetary Collegium T-Node.

Questo è l’incipit che Wikipedia dedica al Prof. de Kerckhove, un punto di riferimento assoluto, il cui cammino per molti aspetti rappresenta l’evoluzione di quello intrapreso da McLuhan. Basti pensare che fu tra i primi a studiare le connessioni tra le neuroscienze e l’analisi dei media digitali: un’intuizione che oggi rappresenta la base da cui partire per comprendere le dinamiche sulle quali prendono forma i mutamenti epocali che noi tutti stiamo vivendo.

Nel 2016, aprii il primo capitolo del libro Yes Web Can citando un passaggio di Alla ricerca dell’intelligenza connettiva, illuminante intervento nel corso del quale, tra le altre cose affermò che «siamo in uno stato di connessione permanente e questo è terribilmente interessante e affascinante. È una specie di riedizione del mito di Zeus Panopticon che sapeva in ogni momento dove era nel mondo, ma ha insito in sé un grande problema che cela un grave pericolo: dove inizia il nostro potere di connessione inizia il pericolo sulla nostra libertà individuale». Il fatto che abbia pronunciato queste parole non la settimana scorsa, ma nel 2001, la dice lunga sulla lungimiranza di Derrick de Kerckhove, così come leggere quest’intervista sarà un’opportunità per comprendere la compiutezza della sua visione, da qui ai decenni che ci attendono.

Ormai, scrivere un articolo giornalistico significa, spesso, dover trovare qualcosa che non solo possa essere interessante per il lettore, ma che abbia anche gli elementi giusti a livello di immagine (foto, video e audio) per poter diventare virale sui social: questo, a suo avviso, limita o esalta la capacità di scelta del giornalista?

In questo caso, il medium è veramente il messaggio. Tutto dipende dal tipo di notizia. Il Guardian è molto pertinente nella sua scelta d’immagini per incoraggiare la lettura (penso alle foto sempre bruttine di Boris Johnson) e saggiamente riserva podcast e video alle notizie che richiedono un’elaborazione diversa ed interviste dal vivo. Detto questo, è diverso per il giornalista trasferire il suo pensiero alla penna o contare sul potere esplicativo dell’immagine per evitare, precisamente, di pensare. Ricordiamo che sempre, sotto la voce stridente di Mammon, il personaggio biblico, sussurra quella discreta, però realmente potente, del pensiero critico.

Spesso si sente dire che Internet è il posto delle “fast-food news”, perché ormai gli utenti hanno poco tempo e leggono solo notizie brevi. Tuttavia, di recente, c’è chi si è inventato le “slow news” come alternativa a questo approccio. Lei da che parte sta?

Fra i secondi, evidentemente. In generale le fast-food news bastano per la maggior parte delle notizie in corso. La strategia vincente per invitare il lettore a spingersi ad andare oltre è di ridurre il contenuto non a qualche titolo “accrocchiato” seguito da due righe, ma di dare in priorità queste due righe, poi il resto ampliato. Ci sono giornali, anche famosi come il New York Times o Le Monde – che leggo sporadicamente sul mio telefonino – e il Guardian, sempre. Penso che il sommario, che è sparito, sia invece quello che servirebbe oggi per invitare il lettore a leggere il testo completo.  Devo dire che leggo meno i giornali italiani tranne L’Espresso, anche in questo caso solo quando un titolo mi convince.

Come scriveva Walter Lippmann, le notizie formano una sorta di pseudo-ambiente, ma le nostre reazioni a tale ambiente non sono affatto pseudo-azioni, bensì azioni reali. È evidente che il fenomeno fake news vada ben oltre le classiche “bufale” e che prolifichi a seguito della ricerca spasmodica di “like” e di visualizzazioni. Secondo lei cosa manca ai media, e ai giornalisti più in generale, per riconquistare la credibilità perduta?

McLuhan a Lippman: «tutte le notizie sono fake news, per il semplice fatto che vengono fabbricate per adattarsi al media su cui vengono distribuite». Reputazione, credibilità e autorità sono tutto ciò che serve a giornalisti e media, che poi hanno bisogno di non perderle alla prima occasione – consapevolmente o meno – ricordando che non è sufficiente qualche like per riguadagnarle…

Come detto, in Italia così come altrove, la popolarità professionale dei giornalisti (e della professione giornalistica) è ai minimi storici. Qual è, secondo lei, l’errore più grave che commettono gli operatori del settore?

Urlare con i lupi senza considerazione per la deontologia giornalistica che tiene alla verifica delle notizie fino in fondo e non commentare le cose vere con un giudizio che ci aiuti veramente a comprenderle. Viviamo un periodo in cui l’affidabilità delle notizie è più che mai necessaria. La parola del giornalista è e sarà sempre essenziale, non solo per la democrazia, ma anche per la sopravvivenza generale. Però dovrà essere sempre e assolutamente credibile. Non c’è zona grigia per questo.

Al di là di quello che ritiene qualche politico ci pare evidente ormai, a livello globale, che il bipolarismo non sia più tra destra e sinistra, bensì tra élite di garantiti e popolo dei non rappresentati. A questo si aggiunge il paradosso tutto italiano di una democrazia orfana degli spazi in cui una classe dirigente possa nascere e crescere per formazione e non per cooptazione. Su quali basi e con quali strumenti (anche informativi) sarà possibile – secondo lei – costruire una nuova e autentica connessione tra popolo e classi dirigenti?

Lo sparire della destra e della sinistra dipende dallo sparire dell’ideologia per motivare e giustificare l’appartenenza a un blocco politico. Adesso ogni ideologia appare falsa e sostenuta da politici senza vergogna che, magari, non ci credono nemmeno. Ormai sono i fatti –  veri o falsi –  ad aver preso il posto delle ideologie. Il risorgimento del populismo non viene dal cosiddetto popolo, ma da dittatori che hanno capito che ci sono sempre più persone poco educate, senza conoscenza vera né giudizio informato, vittime di flussi emozionali senza resistenza intellettuale, ma  con lo stesso potere di votare che possiede ogni amministratore, educatore, medico, banchiere, scienziato e anche il politico che ha messo anni di studio, di lavoro e di esperienza per arrivare ad acquisire competenza. Trump, Johnson, Orban, Erdogan, ecc. sono furbi ambiziosi che sanno perfettamente tre cose per rimanere al potere: uno, che possono mentire tutte le volte e su tutte le cose che servono; due, che possono contare su almeno un terzo dell’elettorato che crede loro senza discussione o capacità né voglia di critica; e tre, che l’opposizione, benché due volte più numerosa, è sempre più affogata e divisa cosicché non rappresenta più una resistenza efficace.  Secondo me, il divorzio tra classe dirigente e base elettorale è definitivo, in parte perché, e questo in particolare in Italia, i dirigenti, da tempo, ben prima e oltre Mani pulite o Lavajato in Brasile, si sono comportate e continuano comportarsi senza rimorso né dignità, come ladri del futuro del loro stesso popolo, senza morale, approfittando di salari sproporzionati e di tutte le opportunità che il potere offre.  I rifiuti nelle più belle città del mondo sono l’esempio eclatante di un non governo.

Allora che fare per rimettere in piedi uno dei paesi più ricchi di risorse umane e culturale del mondo? Per ridare fiducia al popolo italiano, i politici devono dimostrare di voler contribuire al  benessere generale  e  non esclusivamente a loro stessi. Tre punti fondamentali:

  1. Ripartire da zero con le spese della pubblica amministrazione e dei servizi pubblici dello stato per ritrovare una giusta proporzione tra impiego e compenso. E in parte, con il denaro risparmiato, ristrutturare l’infrastruttura pubblica (strade, porti, aeroporti, vie ferrovie, comunicazioni, rimozione dei rifiuti domestici e industriali, risanamento dei fiumi, ecc.).
  2. Considerare l’educazione nazionale allo stesso livello della difesa militare e condividere con essa il budget nazionale per riformare realmente l’istruzione pubblica, ben oltre delle timide e quasi-inutili riforme recenti. Il futuro dell’Italia, come quello della democrazia tout-court, non dipende dai militari ma dell’educazione.
  3. Ridurre la gerontocrazia tipica dei posti di potere italiani e sostenere, dal più basso al più alto livello, l’innovazione sociale e tecnologica nel corso dell’inevitabile digitalizzazione di tutti settori dell’economia e della società.

Come accadde in passato con la televisione, oggi sono le esigenze del Web a controllare la nostra cultura e, in Internet, si vive o si muore di click, perché garantiscono potere e profitti della pubblicità. Esiste, secondo lei, un modo per superare il dualismo Google-Facebook?

Prima di tutto far pagare tasse proporzionalmente al denaro che le GAFA (acronimo di Google, Amazon, Facebook e Apple, ndr) prendono dalle loro operazioni in Italia. Poi applicare la legge (cosa molto difficile per voi Italiani) sulla distribuzione di fake news, messaggi di odio, troll ecc., secondo il principio di base che, se il primo colpevole – generalmente difficilmente tracciabile – è la persona o l’ente che ha prodotto la fonte, quelli, come queste grandi piattaforme, che le propagano, devono essere considerati co-responsabili e perseguiti dalla legge non solo per rimuovere immediatamente le notizie dannose, ma anche compensare monetariamente i danni creati. Poi, se vogliono onestamente contribuire a uno sviluppo sostenibile non solo dell’economia Italiana, ma più di tutto, al proprio futuro a lungo termine, servirebbe un autentico accordo di collaborazione con le nazioni. Da parte sua la cultura, ormai digitale, saprà trovare un proprio equilibrio a suo tempo.

Grazie a Snowden sappiamo che Orwell aveva ragione e che ogni singola azione che compiamo online viene intercettata, monitorata e catalogata. Questo significa controllo, che a sua volta è un sensazionale strumento di potere aumentato dalle “censure” imposte grazie ai luoghi comuni politicamente corretti. Quanto di questo “totalitarismo tecnologico”, ritiene che sia oggettivamente colpa di chi dovrebbe informare correttamente, ovvero dei giornalisti?

Ma per chi si prendono i giornalisti? La loro colpa certamente non è lì. Il fatto è che non capiscono, o fanno finta di non capire, che la situazione assolutamente orwelliana in corso, ormai sempre più velocemente, è un cambiamento non solo di potere o di censura, neanche di “totalitarismo tecnologico”, ma di determinismo tecnologico. Il governo cinese e quello americano, prendendo atto delle possibilità inaspettate di controllo permesse delle nuove tecnologie, dimenticano la vera dimensione del problema. Infatti non sono né loro né tutti i potentati a controllare la gente, ma la tecnologia stessa, con la sua formidabile crescita e il suo sviluppo irrefrenabile, con la sua potenza di inerzia, a prendere il controllo. Il ruolo lasciato ai potenti da parte della digitalizzazione conquistante è solo di aiutarla a progredire, allo stesso modo dell’Aikido.

Una delle suggestioni più frequenti tra gli addetti alla informazione è quella “robot journalism”, una definizione che viene associata all’uso di software in grado di realizzare testi di senso compiuto senza l’intervento dell’uomo. In prospettiva, lo vede più come un’opportunità o una minaccia?

Grazie per questa domanda perché funge da conferma alla risposta precedente; la creazione automatica della notizia (anche in video) è solo una delle manifestazioni evidenti, fra le tante, che le macchine, o piuttosto LA macchina Leviatano, prende potere su di noi fino a non avere più bisogno di noi per applicare senza vergogna i nostri più preziosi doni intellettuali e creativi: giudizio, invenzione, memoria, immaginazione, ecc. Allo stesso modo, senza mai mettersi o metterla in dubbio, il giornalista ha sempre dato per scontato che il padrone della scrittura fosse lui stesso, dalla sua infanzia nei giorni trascorsi a imparare le lettere dell’alfabeto, la scrittura cominciava  a prendere potere su di lui riformattandolo in individuo,  dandogli un nuovo controllo sul linguaggio. La stessa cosa succede con il digitale, che non si limita a prendere possesso degli scrittori, ma, questa volta, di tutta l’umanità, volens nolens.

Secondo lei esiste una anche remota possibilità che il giornalismo – inteso come istituzione – possa scomparire per essere sostituito da un nuovo modo di trasmettere la conoscenza alle persone magari in maniera “meccanica”, o comunque con la definitiva affermazione del principio di induzione che attualmente gli algoritmi utilizzano per “selezionare” le notizie al posto nostro?

Questa è la vera domanda di Farenheit 451. Sparirà il giornalismo se sparisce la scrittura come pratica individuale. Sparirà anche la democrazia, già tanto minacciata, perché scrittura, persona, giornalismo e libertà civile vengono insieme e sono propriamente inseparabili. Per mantenere un’identità privata, serve coltivarla nel silenzio della mente, della lettura per se stesso. Però già esistono sistemi capaci d’interpretare gli effetti della lettura di un romanzo o di una notizia su Kindle o Kobo secondo le emozioni tracciati da movimenti faciali, battiti del cuore, ritmi saccadici degli occhi, ecc. Non dico che tutto questo già accada, ma è certamente prevedibile. Se i social credits cinesi sono ormai capaci di giudicare e valutare tutti nostri spostamenti, movimenti e attività ordinarie in tempo reale per meglio controllare un miliardo e più persone, non vedo perché fermarsi dinnanzi alla tentazione d’invadere anche il pensiero. Per evitare la nostra robotizzazione completa, governi e sistemi educativi occidentali saranno costretti a sostenere la lettura su carta e quella dei giornali al di fuori da qualsiasi schermo.

Come leggeremo le notizie tra 5 anni?

Ma stai scherzando! Le notizie leggeranno noi, non il contrario. È già più o meno così!

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