Politicamente corretto 5: L’arma per un mondo senza qualità

tempo di lettura 5 minuti

Fin qui abbiamo cercato di capire cos’è il “politicamente corretto” nelle sue manifestazioni apparentemente paradossali ma, ahimè, tutte tragicamente consequenziali. Abbiamo tralasciato, volutamente, il mondo dell’arte e della cultura, dove si assiste a una sconcertante gara a chi rovina più opere classiche. Particolarmente in ambito teatrale e lirico è tutto un fiorire di “riletture”, rifacimenti e rivisitazioni che modificano il contesto storico, il carattere (o il nome) dei personaggi e sempre più spesso persino la trama e il finale, per allinearli alla cosiddetta “sensibilità moderna”. Evitiamo anche di soffermarci nel campo della storia, perché qui ormai è tutto un “revisionismo” a senso unico quando non si arriva addirittura al negazionismo (per esempio ogni 10 febbraio quando bisognerebbe ricordare il genocidio degli italiani infoibati), con una produzione di menzogne non documentate che hanno come fine quello di “adeguare” i fatti e i personaggi del passato ai cliché pre-confezionati e alle attuali categorie di “buono” e “cattivo”.

Il problema che ci poniamo qui è un altro: se, ormai, è chiaro a chi giova e chi manovra la comunicazione per costringerci a parlare, poi a pensare e, infine, ad agire secondo regole imposte, non è sempre chiaro il perché noi, soprattutto noi europei, figli di più di tremila anni di Civiltà che affonda le sue radici nella filosofia greca, nel diritto romano e nella pietas cristiana, ci si sia lasciati imbavagliare e rincretinire così?

Una prima tesi interessante è quella proposta da Jonathan Friedman, nel già citato saggio “Politicamente corretto – Il conformismo morale come regime” secondo cui questo disegno destabilizzante, che rientra a pieno titolo nella ideologia mondialista, fa leva inizialmente sul sentimento di vergogna indotto nelle categorie “privilegiate”.

Per esempio: chi può correre deve vergognarsi vedendo un disabile, chi ha i mezzi per vivere bene deve vergognarsi della fame nel mondo, l’europeo si deve vergognare verso gli africani. La vergogna indotta deve però trovare sfoghi semplici, infantili (il vero impegno è un’altra cosa: fatto di silenzioso sacrificio personale). Si parte così dal vietare gli appellativi che – si pensa – siano “dispregiativi”, come se dire “non vedente” o “nero” servisse a riabilitarsi o a migliorare le loro condizioni. Poi, ci sforziamo di rientrare tra i “buoni” guardando le paraolimpiadi, versando il 5 per 1000 alle Onlus che dicono di combattere la fame nel mondo e commuovendoci per i migranti (purché, poi, non vengano alloggiati vicino a noi).

Di questa grande ipocrisia l’esempio perfetto è la “capitana” Carola Rakete che ha dichiarato di andarsene in giro a raccattare africani da far entrare illegalmente in Europa perché «mi vergognavo di essere ricca, bianca e tedesca». Ma la “vergogna” si limita a compiere il gesto mediatico, quello che si può raccontare nei salotti (“io ho preso la tessera di Emergency”, “io do i vestiti vecchi alla Charitas”) ma esclude ogni forma di ragionamento e di autentico coinvolgimento personale. Il politicamente corretto è, e rimane, prima di tutto una nuova, più grande forma di conformismo ipocrita per coprire i veri interessi (spesso illeciti) che si celano dietro al buonismo.

Quindi, ecco spiegato perché il politicamente corretto è: «Una visione del mondo che ha dato vita, nel tempo, a dogmi e feticci: il multiculturalismo, la rivoluzione sessuale, l’ambientalismo radicale, la concezione dell’identità come pura scelta soggettiva», come spiega Eugenio Capozzi in “Politicamente corretto. Storia di un’ideologia” (Mursia)

In particolare, la «concezione dell’identità come pura scelta soggettiva» è il grande obiettivo del politicamente corretto. Unendo le due tesi ecco che: dobbiamo vergognarci di quello che siano e siccome ci vergogniamo dobbiamo sopprimere la nostra identità culturale cercando di abolire le differenze e di affidarci a una nuova identità ibrida, indistinta, incolore: il “melting pot” etnico, il gender sessuale, il sincretismo religioso, il pensiero unico. Robert Huges in “La cultura del piagnisteo. Saga del politicamente corretto” (Adelphi) rincara la dose parlando di «insofferenza nei confronti di tutto ciò che ha una qualità, e per questo motivo stesso si distingue».

Ecco quindi il futuro (in parte il presente) che il Grande Fratello mondialista ci sta preparando un grande amalgama eterogeneo dove non ci siano più diversità, gerarchie, merito, valori… e qualità. Così nessuno si dovrà vergognare, nessuno si offenderà più, ma soprattutto nessuno sarà tenuto a ragionare… In compenso, “qualcuno” continuerà a guadagnare.

(5 – fine)

Lascia un commento

Articolo precedente

Orwell a Londra per rappresentare l'innovazione italiana

Prossimo articolo

Bibbiano: tecniche di disinformazione

Gli ultimi articoli di Blog