Politicamente corretto (1): non ci chiameremo più per nome

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Come può succedere che una piccola scuola di un piccolissimo agglomerato urbano (la frazione Tombelle di Vigonovo) sperduto nella provincia veneta tra Padova e Venezia finisca al centro della cronaca europea con la grave accusa di discriminazione razziale? L’episodio è ormai tristemente noto a tutti: sul modulo d’iscrizione al locale Istituto scolastico (usato da dieci anni senza alcun problema) c’è uno spazio in cui dichiarare l’eventuale appartenenza a un’etnia nomade (sinti, rom o camminanti) per la quale l’istituto prevede percorsi agevolati di accompagnamento agli studi dato l’alto tasso di abbandono dei bambini di queste etnie… Attenzione, però, questa seconda parte della spiegazione non la troverete scritta su nessuno dei grandi giornali italiani (e stranieri che hanno pedissequamente ripreso il “boato”).

Troverete, invece, la severa denuncia degli esponenti di Rifondazione comunista (ma esiste ancora?) che, a reti unificate, proclamano la loro indignazione parlando di «violazione della Costituzione, della legge Mancino e delle normative europee che vietano “censimenti” in base all’etnia». «Non ci si rende conto – sostiene un’affranta paladina dei diritti umani – che una cosa del genere cambia la vita alle persone, e se si tratta di un bambino diventa un ‘marchio’ dalla prima elementare per tutta la sua esistenza?».

Come è difficile in questi casi cercare di fare un ragionamento serio.

Primo dubbio. Perché mai l’appartenenza a un gruppo etnico dovrebbe essere vissuta come un “marchio”. La stragrande maggioranza dei rom è orgogliosa di esserlo, come dovrebbero essere orgogliosi gli italiani ai quali ogni documento pubblico richiede di specificare la cittadinanza di appartenenza senza per questo suscitare scandalo.

Secondo dubbio. Sappiamo tutti che, ormai, nelle scuole primarie e secondarie italiane si iscrivono dal 20 al 30 per cento di bambini non italiani e che più della metà di loro (ovvero almeno il 10% degli iscritti) non sa neppure parlare la nostra lingua. Per questo gli istituti scolastici hanno l’obbligo di prevedere percorsi di “integrazione” che partono dal presupposto di sapere almeno l’origine linguistica dai bimbi, quanto meno per dividerli in gruppi omogenei. Secondo l’odierna denuncia indignata dei media non si potrà più chiedere «da dove vieni?» perché questo diventerebbe un “marchio per tutta l’esistenza”.

Terzo dubbio. Allora è un “marchio” anche chiedere a un italiano «da dove vieni?» (“polentone” o “terrone” che non sei altro), ma anche «per che squadra tifi?» (“gobbo” di uno juventino).

Quarto – per ora ultimo – dubbio. Continuando con questo ragionamento che impedisce di dare “etichette” cosa rimane? Rimane che siamo tutti solo uomini e donne? No, assolutamente. Ormai nelle scuole elementari e medie è entrata ufficialmente l’ideologia gender che nega l’appartenenza sessuale. Allora siamo “persone” più o meno studiose, più o meno preparate? No, perché nelle nostre scuole primarie non si possono più dare voti, né giudizi di merito; non si vorranno mica imporre “marchi”? Ci rimane il nome di battesimo? No, se questo può identificare la tua appartenenza etnica: Maria è cristiana, Sara ebrea, Mohammed islamico… dunque ci saranno solo l’alunno 4 e 5… come il genitore 1 e 2 già introdotti in vece di papà e mamma.

Conclusione: l’unico marchio registrato che si può ancora liberamente usare e appioppare senza fare scandalo è “fascista” (nelle eventuali declinazioni di: razzista, populista, sovranista, sessista, omofobo), tutto il resto…. è noia!

(1-continua)

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